fabrizio miccoli storia

Per comprendere al meglio – per quanto si possa, poi – Fabrizio Miccoli, bisogna arrivare al termine della storia: tutto quel talento, tutto quel sapere calcistico, l’ha portato ad essere per un mese e mezzo allenatore del Tirana.

Un’avventura sui generis, che il dieci di Nardò aveva preso come cumulo d’esperienza (con il grande Ciccio Moriero) per imbastire il suo ritorno. In un mondo, quello del calcio, che prima era casa sua. Che oggi è invece campo minato, e le mine le ha messe proprio lui. Con dichiarazioni, amicizie sbagliate. Con tutto ciò che è stato perennemente contrapposto a ciò che sarebbe potuto essere.

Dalla Juventus al Birkirkara, Malta. Dieci presenze in Nazionale e forse un grande amore. Anzi: di sicuro un grande amore. Quello per Palermo e per i palermitani, in anni di sole e di emozioni, dai quali sembra passato un secolo e invece è appena un decennio. Ci arriveremo: prima, va narrato il talento.

Quella fuga dal Milan

A Nardò non si parla d’altro. A Casarano nemmeno. Miggiano è tutto un chiacchiericcio. C’è questo ragazzo, nel profondo salentino, nella frazione di San Donato, che tutti hanno preso a chiamare Romario: è un progetto di mezzapunta, bassino e fulmineo, di sicuro con una tecnica fuori dal comune.

C’è chi lo accomuna a Diego, e ovviamente l’idolo non può essere nessun altro (insieme a Roby Baggio), pure quando bussa alla porta un emissario del Milan: uno scout l’aveva notato e volevano portarlo in rossonero, farlo crescere nella squadra più forte del mondo. Fabrizio accettò: aveva dodici anni e partì per Lodi, in collegio. Due anni lì, “bellissimi ma anche molto difficili”, racconterà in seguito.

Da ragazzino prodigio a vincente, in un solo anno: vinse un campionato Giovanissimi con 28 gol all’attivo. Poi? Il ritorno in Puglia. “Ma non perché non fui riconfermato, la lettera arrivò! Non me la sono più sentita, oggi non lo farei fare a mio figlio”.

Tornò a Casarano, in Serie C. Sotto la guida di un dirigente non banale: Pantaleo Corvino. Che lo notò e gli diede un’occasione, dagli Allievi alla Prima squadra, senza nemmeno una presenza in Primavera. C’erano giocatori forti, ma soprattutto c’erano giocatori tosti: la Serie C di quasi 30 anni fa era una palestra di vita più che di calcio.

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Terni e Perugia prima del grande salto

Alti e bassi, quindi l’occasione con la Ternana: quattro anni dal 1998 al 2002, con picchi di qualità incredibili. Tali da attirare la Juventus, che colse la palla al balzo e lo inserì tra le proprie promesse. Ma Miccoli doveva prima farsi le ossa, e farsele soprattutto in Serie A. Quale ‘sala pesi’ migliore del miracolo Perugia con Gaucci alla presidenza e Serse Cosmi in panchina?

Fu alchimia istantanea: con il Presidente, pazzo di Fabrizio, e pure con l’allenatore. “Il ricordo più bello risale alla nascita di mia Swami proprio a Perugia – il ricordo di Miccoli su Gaucci -. Mi arrivò uno scatolone di vestiti tutti regalati dal presidente per la bambina, erano vestiti da principessa”.

Un anno spettacolare, tecnica e intensità. Valse un biglietto per Torino, per la svolta della carriera. Ultimo arrivato in un attacco di purissima qualità. E poi di gol, di tanti gol. Perché oltre Del Piero e Trezeguet, intoccabili, c’erano Di Vaio e Zalayeta, non di certo gli ultimi della classe.

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Pagò l’altalena in campionato (la Juve arrivò terza) con nove gol in Serie A e uno in Champions League. Ovviamente, il gol più pesante arrivò in semifinale di Coppa Italia, contro l’Inter: partita spettacolare, ripresa da Adani al 95′ e trascinata ai rigori. Il penalty decisivo? Di Fabrizio. Dopo qualche mese, passato in comproprietà alla Fiorentina.

Dopo Torino, la giusta dimensione in provincia

Sembrava tutto meraviglioso e ogni cosa si trasformò in difficoltà. Iniziò un chiacchiericcio strano attorno a Miccoli: in tanti parlavano di problemi diretti con Moggi, alcuni che il potente dg non tollerasse tatuaggi e orecchini. A proposito di quest’ultimo: tutto vero, sborsò 25mila euro per uno dei cimeli di Maradona. “E lui fece una conferenza stampa dove mi ringraziò personalmente. Poi non ho mai avuto modo di sentirlo però l’orecchino ce l’ho ancora. Era il mio preferito”.

Sulle “ricostruzioni” con la Juve, Miccoli ha sempre tirato in ballo i soldi. Comunque, alla Fiorentina ci è stato bene: anzi, avrebbe voluto rimanere. Anche perché, dopo un inizio di totale diffidenza – accade sempre a chi arriva a Firenze da Torino, sponda bianconera -, Fabrizio riuscì a conquistare step dopo step la Fiesole. Decisivo, in tal senso, quel rigore decisivo con il Brescia, con la salvezza arrivata all’ultimo e davanti a 40mila spettatori. A fine stagione, si arrivò alle buste. Vinsero i bianconeri. Ma Miccoli non voleva tornare. Anzi: rincarò la dose. A tutte le proposte arrivate alla Juventus, rifiutò, specialmente quelle estere.

Voleva il Lecce e si ritrovò al Benfica, per l’inizio di un’altra grande storia. Due anni di gol e bei ricordi, poi l’opportunità di tornare a casa, senza però perdere l’essenza del mare: Palermo è sempre un giusto compromesso. Soprattutto se al tuo fianco hai giocatori come Edinson Cavani prima e Amauri poi. Come Pastore e Ilicic. Come Paulo Dybala. Anni, quelli in Sicilia, in cui i gol meravigliosi hanno cambiato la dimensione di Miccoli: era stato una riserva di qualità, si fece punto di riferimento di una provincia in piena esplosione.

Un gruppo italosudamericano, come amavano dire in città, che si fondava sulla valorizzazione di gregari e talenti. Arrivarono in Europa League. E per Miccoli sembrò il compimento di un percorso, anche per questo decise che era arrivato il momento di tornare a casa.

E casa era il Salento, quindi Lecce, raggiunta da svincolato. L’obiettivo è riportarli subito in Serie B, ma in due anni fatica a trovare continuità, specialmente nell’ultima stagione. 19 gol e 50 presenze, poi il grande dubbio: andare a Budapest e firmare per lo storico Honved, oppure la scelta di vita direzione Malta. Preferì quest’ultima e mise insieme 6 gol in 11 partite. Soprattutto, maturò la consapevolezza che la corsa verso la gloria, partita a soli 12 anni, era finita e forse da un pezzo. Complici alcuni atteggiamenti controversi: miccia decisiva per tanto terreno bruciato.

Cristiano Corbo
Fan dei tiri a giro sul secondo palo. Prima del sinistro di Grosso, solo quello di Volpecina. Ostinatamente giornalista e giornalisticamente ostinato