phil phoden cover

C’è un prima e un dopo. Poi ci sono gli uomini che cambiano le storie. Quella del calcio inglese è stata inesorabilmente modificata dallo sceicco Mansour bin Zayed: dal 2008, anno del suo approdo in terra d’Inghilterra, il Manchester City ha ricevuto la più grande iniezione di soldi mai vista, arrivando ad essere il primo club al mondo a superare il miliardo di euro. E questo solo sommando il valore dei trasferimenti susseguitisi nella costruzione della rosa. 1014 milioni che, secondo uno studio del CIES nel 2019, avevano addirittura imbarazzato il Paris Saint Germain e il Real Madrid. Una situazione finanziaria decisamente solida, che ha portato il City ad alzare sempre più il livello. Tuttavia, non ancora una Champions League.

Una pioggia di petroldollari che ha permesso alla squadra diretta da Pep Guardiola di avere in rosa calciatori come Kevin De Bruyne, Rodrigo Hernandez, Riyad Mahrez (i tre acquisti più cari, tutti intorno ai 70 milioni di euro). E nel bel mezzo di questa purissima espansione, ha dato inoltre la chance di poter puntare su un’organizzazione sportiva diversa: intanto mantenere tutti i giovani di talento, quindi aggiungerne di nuovi e di forti, tanto nazionali quanto internazionali. Tre nomi si sono imposti dal 2017, tre ragazzi sui quali l’occhio di Pep è caduto ben volentieri: Jadon Sancho, Brahim Diaz, Phil Foden. Tre anni dopo, solo quest’ultimo è rimasto legato all’entità citizen.

phil foden scheda

Non è stato facile

No, non è stato facile il cammino di Phil Foden. Guardiola l’ha difeso pubblicamente in tante occasioni, assicurando che lui – proprio lui – sarebbe stato il futuro della squadra. Eppure, tutto ciò non si traduceva in minuti: le volte in cui metteva piede in campo era solo per competizioni minori o in partite di poco conto. Nella sua prima stagione tra i grandi, in Premier, aveva giocato appena cinque partite sommando un totale di soli 47 minuti in campo. A poco a poco è riuscito a risalire la china, fino all’ultimo campionato. Il City l’ha perso contro il Liverpool, ma per Phil è stato un trionfo: 892 minuti nella massima serie, praticamente gli stessi di un colpo da 60 milioni come Joao Cancelo. Intanto, a 20 anni, ha messo in bacheca 2 Premier Leagues, una FA Cup, 3 Coppe Carabao, 2 Community Shields. Not bad.

Vittorie su vittorie. Ma anche tante critiche, specialmente per Guardiola, che proprio non lo vedeva nonostante le rassicurazioni. Per tanto tempo si è parlato di una pochezza fisica alla base della scelta del catalano: Phil ha sempre avuto tutte le qualità tecniche e individuali per giocare ad alti livelli, ma statura e massa gli impedivano di vincere qualsivoglia mismatch a centrocampo. Era comunque evidente che Guardiola riconoscesse il suo talento; non a caso, dopo il lockdown, più volte ha avuto chance dal primo minuto. Solo che un po’ di muscoli in più gli farebbero comodo.

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L’amore per il Man City

La storia di Phil Foden però va oltre il semplice racconto di un giovane talento pronto ad esplodere. Nato e cresciuto a Stockport, quartiere situato a 30 minuti dal centro di Manchester, sin da piccolo è innamorato perso del Light Blue della sua città. Anche per questo, quel mancino di un metro e settanta non ha voluto sentire ragioni: lui è al City e ha già realizzato tutti i sogni, ama questi colori e il prossimo obiettivo è farsi stella delle sue stesse fantasie. Pep, poi, è come un padre: nel bene e nel male, quando c’è da abbracciarlo e da redarguirlo. “Phil è uno sensibile, ama tanto questo club. Ma sa anche essere paziente“, le parole del tecnico alla fine della scorsa stagione.

In un club ‘invaso’ dai talenti stranieri, la proprietà ha inoltre capito quanto cruciale possa essere un giocatore come Foden. Quanto possa essere d’ispirazione una storia come la sua. Negli ultimi anni si è percepito un distacco forte tra la città e il club, e il centrocampista oggi gioca anche nel ruolo di anello di congiunzione tra quello che è stato il City e ciò che sarà. Innovazione, sì: ma punto fermo di una tradizione a lungo oscurata dai cugini dello United. Lo sa bene, Phil, che ha scelto la 47 in onore di suo nonno, scomparso a quarantasette anni. E’ stato lui a infondergli la blue passion, il tifo per i Citizen. A lui, e a suo figlio (avuto ad appena 18 anni), dedica tutto.

Le caratteristiche

Del “problema statura” se n’è parlato. Per tutto il resto ci vorrebbe quasi un libro. Phil è innanzitutto una scheggia: la sua agilità è la vera forza, e in tanti vedono il posto lasciato libero da David Silva come compromesso perfetto per il definitivo step di crescita. Nasce centrocampista offensivo ma può giocare anche sugli esterni: il mancino è d’oro e sul lato opposto, a rientrare, può far davvero male. Tanta sensibilità tecnica e spiccata personalità, ha il curriculum vitae che serve a stare nel City.

Cosa gli manca? La costanza nell’ultimo passaggio. Se i mezzi tecnici sono indiscutibili, è nelle scelte che di tanto in tanto Foden si ritrova a fare i conti con se stesso. Probabilmente è solo esperienza da accumulare, forse il minutaggio che si preannuncia doveroso in questa stagione cambierà anche la tendenza a fare tutto da sé. Nello spettacolo corale del City, Foden può essere una gemma. A patto che ci creda innanzitutto lui.

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Cristiano Corbo
Fan dei tiri a giro sul secondo palo. Prima del sinistro di Grosso, solo quello di Volpecina. Ostinatamente giornalista e giornalisticamente ostinato