Euro 68 è la terza edizione dell’Europeo di calcio, ma non solo questo. È anche l’unica vittoria dell’Italia nella competizione. Ma non solo. È sopratutto una storia di come il destino possa prendere strade tortuose e imprevedibili per metter in atto il suo piano. E nello sport, spesso, questo significa spettacolo ed emozione.

Le qualificazioni ad Euro 68

Lo zampino della sorte si avverte già dalla fase di qualificazione. 31 nazionali ai nastri di partenza, ritoccato di due unità il record di iscrizioni del 1964.

Le squadre vengono divise in 8 gruppi da 4 squadre, con l’unica eccezione del gruppo 4 che prevede solo 3 partecipanti: e si tratta di un gruppo importante, dove sono inserite Jugoslavia e Germania Ovest, assieme all’agnello sacrificale rappresentato dall’Albania. Tutto lascia pensare che la qualificazione si giochi sugli scontri diretti e la differenza reti.

All’alba dell’ultima giornata i tedeschi sono in netto vantaggio, avendo battuto la Jugoslavia per 3-1 nella gara interna disputata ad Amburgo, a fronte dell’1-0 con cui erano usciti sconfitti a Belgrado. Inoltre contro i deboli albanesi avevano goleato per 6-0, mentre gli slavi erano riusciti a vincere “solo” per 4-0 in casa e 2-0 in trasferta. Insomma quando i vice campioni del mondo scendono in campo il 17 Dicembre 67′ a Tirana, basta un semplice 1-0 per qualificarsi alla fase successiva. Sembra una formalità.

All’epoca non vi era ancora la diretta televisiva, men che meno per partite giocate in zone ancora arretrate come l’Albania dell’epoca. Quando gli slavi si svegliano il giorno dopo la partita, i radi dispacci d’agenzia da Tirana riportano un clamoroso 0-0 che estromette la Germania Ovest dall’Europeo, per la prima grande sorpresa riservata dal destino.

Il turno successivo è ancora preliminare rispetto alla fase finale, e vede disputare quarti di finale su andata e ritorno. La Jugoslavia elimina la Francia mortificandola con un perentorio 5-0 nella gara di ritorno a Belgrado. Ritorno decisivo anche per l’URSS che ribalta lo 0-2 patito contro l’Ungheria a Budapest con un 3-0 che manda per la terza volta consecutiva i sovietici alle finali.

Il quarto di finale sulla carta più bello è però quello che mette di fronte i campioni d’Europa in carica, la Spagna, contro i campioni del mondo dell’Inghilterra. Sono due gare tirate e bellissime, con gli inglesi vittoriosi in entrambe le partite e meritatamente per la prima volta alle finali continentali.

Ma in tutto questo, l’Italia?

L’Italia ad Euro 68

Dopo il disastro del mondiale inglese del 1966, la squadra viene affidata a Ferruccio Valcareggi, che inizia un graduale cambio generazionale. Nel percorso di qualificazione gli azzurri superano agevolmente il girone eliminatorio, contro Romania, Svizzera e Cipro. Il ruolino parla di 5 vittorie e 1 pareggio, imposto dalla Svizzera. Per i quarti di finale l‘urna è abbastanza benevola (ancora il destino…) e ci mette di fronte alla Bulgaria. Che comunque è una squadra da prendere con le molle, e che può schierare in attacco uno dei giocatori più forti d’Europa dell’epoca, vale a dire Georgi Asparuhov, temibilissimo colpitore di testa. La gara di andata a Sofia conferma le paure della vigilia: la Bulgaria ci batte 3-2, e solo una doppietta di Prati ci tiene in linea di galleggiamento in vista del ritorno che si disputa a Napoli.

La partita è sentita, e la folla napoletana trabocca d’entusiasmo. Non è una partita come le altre per la storia del calcio italiano, perché è la gara in cui esordisce Dino Zoff a difesa dei pali azzurri. Ma in quel momento non ci si pensa. Bisogna solo battere i bulgari con 2 gol di scarto, per evitare lo spareggio come prevedeva il regolamento dell’epoca.

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Prati ripete le prodezze di Sofia e ci porta in vantaggio nel primo tempo. L’Italia attacca a testa bassa, sospinta dall’infernale sostegno che giunge dagli spalti del San Paolo.

Eppure non si passa.

Ma a pochi minuti dalla fine una palla rimbalza ai limiti dell’area bulgara. Arriva in corsa Angelo Domenghini, uomo di lotta e di governo di quella squadra, che di contro-balzo esegue uno shoot violentissimo, la cui traiettoria fende l’aria come un proiettile e s’insacca all’angolino sinistro della porta bulgara. È il 2-0 che vuol dire qualificazione alla fase finale.

L’evento è reso ancora più dolce dalla decisione del comitato Uefa di disputare l’Europeo in Italia, vista la relativa giovane età degli impianti sportivi, già utilizzati con successo per le Olimpiadi di Roma 60. Saranno 3 le città interessate: le due semifinali a Napoli e Firenze, la finalissima e la finalina allo stadio Olimpico di Roma.

Le semifinali di Euro 68: una moneta per un gol

La prima semifinale è quella di Napoli, e vede di fronte l’Italia e l’URSS. I sovietici sono la vera formazione guida di queste prime edizioni, in quanto sempre presente e sempre con i galloni di favorita. Anche in questo caso il pronostico è dalla loro parte nonostante si giochi in trasferta: del resto è una squadra che qualche mese prima ha costretto al pari i campioni del mondo inglesi a Wembley, mettendo in mostra la cristallina classe di Cislenko. Quest’ultimo è però infortunato per Euro 68′, e della cosa si giova senz’altro la nostra nazionale.

La gara si gioca sotto la pioggia e con un terreno pesante, cosa che avvantaggia i corazzieri sovietici. Ed in effetti l’Italia appare in difficoltà. La partite non esce certamente bella, ma si capisce che l’URSS è di spessore leggermente superiore. Ci si trascina ai supplementari e le squadre nei primi 15′ sembrano impaurite. Nel secondo supplementare però prevale un altro tipo di paura, quello cioè di evitare la lotteria.

No, non abbiamo dimenticato di aggiungere “dei rigori”. Qui i rigori non c’entrano nulla. Proprio di lotteria si tratta.

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Infatti il cervellotico regolamento dell’epoca prevede che in caso di parità dopo i supplementari si proceda al sorteggio, per stabilire la squadra qualificata. Per evitare questa eventualità le squadre si riversano in avanti. L’Unione Sovietica impegna Zoff in un paio d’occasioni facendo correre brividi lungo le schiene dei tifosi italiani. Quando mancano 3′ alla fine dei supplementari una palla lunga viene indirizzata verso Prati, che spalle alla porta l’aggiusta di petto verso fuori area sull’accorrente Domenghini. Sembra un deja vù della gara contro la Bulgaria. Stessa porta. Stessa palla che rimbalza fuori area. Lo shoot di destro è identico: il fischio della palla che taglia l’aria, il medesimo.

Ma il destino sembra avverso. La palla invece che morire all’angolino picchia il palo e fa tremare la porta e tutta l’armata rossa.

È l’ultima sentenza, che porta le squadre all’inevitabile, atroce, epilogo del sorteggio. Il palo di qualche minuto prima non sembra un presagio favorevole per gli azzurri. Quello che accade i quei concitati minuti nello spogliatoio dell’arbitro è avvolto un po’ nella leggenda, un po’ nella caricatura di una situazione invero assurda.

Al capitano sovietico viene chiesto se vuole testa o croce e questo, che non capisce una sola parola, non dice nulla. Per l’Italia c’è capitan Facchetti, famoso tra i compagni per una fortuna che gli consente di vincere tutte le lotterie nei lunghi ritiri pre partita. Vista l’incertezza del sovietico il nostro capitano esclama testa. La scelta è fatta.

L’arbitro tedesco Tschenscher fa roteare in aria una moneta di un paese neutrale, come se il penny in questione (in questo caso canadese) potesse decidere quale faccia mostrare. Nelle viscere del San Paolo le squadre aspettano in silenzio. Poi l’urlo, inconfondibile, di Facchetti. Sugli spalti la tensione è così fitta che si può tagliare a fette. Non vola una mosca. Poi dal sottopassaggio spunta Facchetti, a torso nudo, facendo roteare la maglia azzurra in aria in segno di vittoria. Nella maniera più insolita e bizzarra, l’Italia torna comunque in finale di una competizione di rilievo dopo 30 anni (dai mondiali 38′).

Ad attenderla la Jugoslavia, che nell’altra semifinale ha sconfitto la favorita Inghilterra, dopo una gara brutta e violenta, risolta a 4′ dalla fine da una zampata di Dragan Dzajic, l’uomo di maggior talento tra gli slavi.

La finale di Euro 68: la prima notte magica di Roma

Finale è probabilmente, anzi sicuramente, un vocabolo inadatto. Infatti per decretare il campione d’Europa 1968 si è dovuto ricorrere a due finali, quindi l’utilizzo del plurale è d’obbligo. E non potevano essere due finali più diverse.

La prima si gioca l’8 giugno del 68′ e vede Valcareggi stravolgere la formazione che quattro giorni prima ha vinto di monetina sull’Unione Sovietica. Tra gli esclusi, quello che fa più scalpore è Mazzola. Fuori anche Gigi Riva, che non sembra in forma smagliante, nonostante fossero stati i suoi gol nel girone di qualificazione a trascinare gli azzurri avanti nella competizione.

Con tutti questi cambi la squadra non sembra ritrovarsi, e la Jugoslavia domina la partita in lungo e in largo. Nel primo tempo, la classica zampata di Dzajic porta avanti gli slavi, che poi non solo controllano la gara, ma sfiorano più volte il colpo del ko. A 10′ dal temine però, in soccorso dell’Italia arriva il destino, vero capocannoniere della competizione.

Punizione contestata dal limite, con l’arbitro che punisce un contrasto aereo piuttosto rude tra Lodetti e Paunovic. Sulla palla uno degli uomini preferiti dal destino, che ne ha fatto suo braccio armato fin dalle qualificazioni: Angelo Domenghini.

Il popolare “Domingo“, stanco, distrutto, stravolto come sempre dopo una partita passata a macinare kilometri sulla fascia, si avvicina alla palla e tira quello che nel basket si chiama “tiro ignorante. È una palla che parte senza senso, e senza troppa convinzione, ma che un secondo dopo è dentro la porta jugoslava per il più immeritato dei pareggi.

Nel replay si può apprezzare il colpo da fuoriclasse del destino: la palla viaggia verso non meno di 5 giocatori slavi, ma incredibilmente passa attraverso l’unico spazio in cui poteva passare, facendo sembrare il tutto più simile ad un colpo di golf che ad un gol in una partita di pallone. Eppure è gol.

Almeno per la finale, il regolamento non prevede nessuna forma di riffa o ruota della fortuna. Dopo i supplementari, si procede al replay della gara. E così avviene, nonostante una Jugoslavia ancora dominante nell’extra time.

La seconda finale

Il 10 giugno si gioca la ripetizione.

Valcareggi torna sui suoi passi. Dentro Mazzola, e dentro anche Riva a prendere il posto a sorpresa di Pierino Prati. Infatti tutti pensavano che a far spazio a Rombo di Tuono fosse Pietro Anastasi, imberbe vent’enne catanese appena acquistato dalla Juventus, che aveva esordito in nazionale nella semifinale contro i sovietici. Ma Valcareggi si fida di quel ragazzino, lo vede bene e pensa che possa fare la differenza. Avrà ragione lui.

La Jugoslavia, nella ripetizione, commette l’errore di pensare ad un’Italia inferiore. Il largo dominio avuto nella prima gara si rivela un boomerang per Dzajic e compagni.

Rispetto a due giorni prima è tutta un’altra Italia: l’aggiunta di un uomo d’ordine come De Sisti a centrocampo, supportato dalla garra di Rosato, conferisce equilibrio alla squadra, che può esprimersi su livelli d’eccellenza.

Mazzola supporta a dovere le punte, e già dopo appena 12′ un tiro da fuori viene intercettato da Riva sul filo del fuorigioco. La palla si accomoda docile sul sinistro di Rombo di Tuono, che incrocia il tiro spolverando l’angolino basso, per il vantaggio azzurro.

Ormai si gioca sul velluto, e sulle ali dell’entusiasmo. Il drago jugoslavo non fa più così paura e, a vestire i panni di un novello San Giorgio, è Pietruzzu Anastasi. Il giovane azzurro, con un’insolita maglia numero 2 sulle spalle, viene trovato al limite dell’area da un appoggio di Mazzola. Con tutta l’incoscienza dei 20 anni Anastasi pizzica la palla sotto, per fare uno stop con alzata incorporata. La sfera è a mezz’altezza e l’attaccante azzurro s’inarca tirando violentemente di destro sul palo incrociato. È un gol splendido. È bello come la corsa pazza di Anastasi che esulta per il suo primo gol in nazionale. È bello come tutto quello che rappresenta quel ragazzo del sud, che regala un sogno ad una nazione intera, e fa esplodere in un unico urlo di gioia non solo uno stadio, ma tutti i bar dove sono assiepati milioni di tifosi.

Da quel momento in poi non c’è più partita. La Jugoslavia non ha la forza, morale prima che tecnica, di reagire a questo uno-due pugilistico. La partita scorre inesorabile verso il 90′. Già prima del fischio finale di Ortiz de Mendebil, l’arbitro spagnolo, tutto lo stadio s’illumina di migliaia di torce di fortuna, fatte perlopiù con fogli di giornale. È il primo spettacolo di tifo che la nostra nazionale ricordi: troppo lontani e difficili quei tempi degli anni 30′ per paragonare le vittorie.

L’Italia torna a vincere un titolo dopo 30 anni.

Lo fa grazie a Valcareggi e ai suoi uomini nuovi.

Grazie a Domenghini, e le sue sventole ignoranti da fuori area.

Lo fa grazie a quel ragazzino del sud a nome Anastasi, che decide di replicare nella finale degli europei quello che provava al campetto dell’oratorio.

Lo fa anche grazie al destino, che ci ha regalato le prime notte magiche, tra pali, tiri impossibili e penny canadesi.

Matteo Mancin
Pigiatore di tastiere per professione, lo fa soprattutto per scrivere di palloni e palline. Quindi di sport. Conta le stagioni calcistiche in prima e dopo Ronaldo Luís Nazário de Lima e quelle del basket in prima e dopo Manu Ginobili.