genoa-samp 2007/2008

Il faro che illumina le acque di Genova rende visibili – o quantomeno “avvistabili” – le minacce altrimenti nascoste dal buio della notte. Niente di tutto questo accade a Bari, dove anzi ciò che è più misterioso – la credenza, il religioso, il numinoso – pare a volte celarsi nel dato di fatto – pesante e sensibile in quanto tale. Genova, d’accordo. E poi, Bari? Cosa vuol dire tutto ciò? Dove ci sta portando la trama del racconto? Di quale racconto, in primo luogo, vogliamo oggi parlare?

È il 17 febbraio del 2008. Una data apparentemente come le altre. Se non fosse che quel giorno si gioca il derby della Lanterna – da non confondere col profano e volutamente profano “faro” citato nell’introduzione.

Il derby di Genova, tra Genoa e Sampdoria, non è mai un evento come gli altri. E non solo nel senso che questa partita non può né deve essere confusa con nessun’altra del nostro campionato, ma anche e soprattutto nel senso che ogni stracittadina è una storia a sé.

Cosa c’entra, dunque, la Lanterna che protegge Genova – e le sue acque – con Bari? Qual è il nesso tra l’oscurità e il fenomeno? Tra le tenebre e la luce? Il dualismo che contraddistingue la nostra tradizione occidentale rischia di colpire ancora. Ma non il 17 febbraio del 2008. Quel giorno un uomo risponde con nome e cognome alla riunione di luce e tenebre, oscurità e fenomeno: Antonio Cassano.

Una partita mai banale

Derby di giorno, innanzitutto. Chi vive i derby sulla propria pelle sa che – e qui parliamo di qualunque derby – giocarlo di giorno comporta una serie di stranezze che la notte sottrae per principio: l’attesa, quasi rituale, viene spezzata prematuramente; la luce getta nella normalità una partita unica. È come se si giocasse una qualunque altra partita (delle 15), insomma. È come se non fosse il derby. Il fenomeno è reso, se possibile, ancora più stravagante dal fatto che invece si gioca proprio il derby.

Gasperini allena il Genoa, Mazzarri allena la Sampdoria, protagonista fin lì di una splendida stagione – a fine anno arriverà l’incredibile traguardo dell’allora Coppa UEFA, grazie al sesto posto ottenuto in campionato.

La prima accelerazione è di Maggio, freccia della Samp che farà le fortune del Napoli – e di Mazzarri, futuro allenatore dei partenopei. Il suo cross, per tornare all’azione del terzino destro, si spegne tra le mani di Rubinho. In qualche maniera è un prologo di quello che si vedrà sul campo di Marassi perché questa è, oltre che la partita di Cassano, anche quella di Maggio, ripetutamente mandato in porta dal talento di Bari Vecchia e ripetutamente respinto da Rubinho.

La gara è comunque strana, perché il Genoa è il motore della partita, ma le accelerazioni più imponenti arrivano dalla Samp, sospinta dalla carburante creatività di Antonio Cassano. Dopo quella prima incursione di Maggio, risponde subito il Grifone: cross dalla sinistra che viene mirabilmente impattato dalla lucida pelata di Di Vaio, bella risposta di Castellazzi, che difende con attenzione il proprio palo.

Poi un primo scampolo della sequenza di desideri espressi dai tifosi doriani: sfregata la lanterna esce Antonio Cassano.

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Il campo (di patate) di quel giorno rende l’azione successiva magica. È la prima giocata del talento di Bari Vecchia, che scalda i motori – o meglio, i piedi. Palombo effettua un comodo retropassaggio per il proprio portiere il quale, di mancino, lancia lungo; poco dopo il centrocampo, spostato sulla sinistra, Cassano controlla di suola, si sposta il pallone e s’infila di veronica tra due giocatori, vede partire Maggio, lo serve. L’esterno della Samp si trova a tu per tu con Rubinho ma non sa bene cosa farsene di quel pallone; è abituato a crossarli i palloni, lui, non a metterli dentro. Ne esce uno scavetto senza infamia e senza lode, leggermente toccato da Rubinho.

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Riccardo Gentile in telecronaca commenta giustamente: «Maggio, secondo me, nemmeno se l’aspettava un’intuizione così». Ed in effetti Cassano vede il compagno dove nemmeno lui immaginava di essere, cioè solo davanti alla porta genoana, pescato li dall’unica sequenza di azioni in quello spazio fisico che permettono di metterlo a tu per tu col portiere senza essere in fuorigioco.

La ripresa inizia con un’emozione per i rossoblu. Cross dalla destra di Milanetto, capocciata in arretramento di Figueroa e palla fuori davvero di un soffio, con Castellazzi a raccoglier farfalle. Un “uuu” di tensione s’eleva dal fronte dei tifosi genoani; quelli del Samp respirano.

Siamo già dall’altra parte. Altro sfregamento della Lanterna per i tifosi doriani. La palla giunge al genio, Cassano salta il terzino rientrando verso la propria metà campo, conduce per qualche metro il pallone e nonostante la trattenuta di un avversario riesce a sventagliare con enorme precisione dal lato opposto del campo, dove Maggio arriva ancora ma, ancora una volta, la passa a Rubinho anziché calciare di potenza – e prepotenza. Praticamente il replay di quanto visto nel primo tempo, con Cassano che ha l’unica colpa di vedere cose che gli altri nemmeno immaginano su un campo di pallone.

Poi, l’episodio. Sempre dalla parte destra del campo, la Samp attacca con Maggio. Il suo scatto viene trattenuto – e strattonato, arrestato – da Danilo (uno dei tanti passati per la nostra amata Serie A): doppio giallo e rosso. Il Genoa è in dieci. Cambia il derby, naturalmente.

Eppure, l’azione successiva porta al corner per i rossoblu. Juric, Figueroa, testa e parata strepitosa ancora di Castellazzi. Sfiorata la beffa per la Samp, sfiorato il delirio genoano. Si rimane sul punteggio da derby delle 15, 0-0.

Ci si aspetta il forcing della Samp, ma è ancora il Genoa ad attaccare, dimostrando che quel corner non era un episodio casuale. Borriello allunga sulla fascia, Maggio quasi fa fallo ma si ferma in tempo, Criscito arriva all’ultimo ma la mette in mezzo tagliente come il rasoio delle 6 di mattina; Castellazzi sfiora, la palla scorre innocente nell’area piccola, per l’ennessimo “uuu” dei tifosi rossoblu.

Cassano esaudisce l’ultimo desiderio

Gasperini passeggia nervosamente, un occhialuto Mazzarri si sbraccia in panchina. Punteggio ancora di parità. Ma il campo sembra dire Genoa.

Per reazione Cassano, ancora una volta, inventa.

Lancio sulla corsia di sinistra, stavolta, dove Franceschini salta netto un difensore avversario, s’invola velocissimo sulla fascia, aspetta il momento buono per scaricare dietro il pallone: arriva lo scarico; Maggio deve solo metterla dentro, ma prende ancora una volta la figura di Rubinho. Incredibile. È la terza clamorosa occasione da gol per Maggio. È la terza inspiegabile respinta di Rubinho, che stavolta più che ringraziare sé stesso deve proprio ringraziare il terzino doriano. La Samp sembra tramortita e delusa per le enormi occasioni sprecate da Maggio. Servirebbe qualcosa di imprevedibile e spiazzante, perché nella migliore delle ipotesi doriane, il Genoa porterà a casa lo zero a zero.

Serve un miracolo, ma anche meno, forse basta esaudire un ultimo desiderio. Il terzo sfregamento della Lanterna doriana è quello buono. Entra in scena Cassano, stavolta definitivamente.

Parte sulla fascia, ne ha tre di fronte, sull’allungo si riducono a due, esterno, tunnel, fuori uno; rientra sul destro, la mette in mezzo? No; elastico. Passa in mezzo a due, va sul fondo, cross di mancino pennellato per la testa di Maggio; capoccia, miracolo di Rubinho; ma la palla è lì, destro di prepotenza, questa volta sì; a nulla servono i due difensori genoani piazzati sulla linea di porta. Anzi, a qualcosa servono. Uno dei due la corregge in rete. Esplode il Marassi. È il 42’ minuto.

La Sampdoria è in vantaggio, e ci rimarrà senza ulteriori patemi fino a fine partita. È un trionfo totale. È finito un altro derby. Il fenomeno ha illuminato l’oscurità, il genio della Lanterna ha infine esaudito il desiderio doriano.

Gianluca Palamidessi
Crede solo a ciò che è impossibile (Tertulliano). Appassionato di Football e Filosofia, cerca il passaggio filtrante per trovarle nella profondità. Se si parla di sapienza, sa riderci su. Se si parla di pallone, lo scherzo finisce subito.