inter-roma 96/97 gol djorkaeff

Una celebre e lieta cantilena annuncia, il 5 gennaio, alla sera che precede l’Epifania, che la Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte. Ma non può uscire, da una scarpa rotta, un tiro così. Il nome di Youri Djorkaeff, fuoriclasse francese – e campione del mondo nel ’98 – classe 1968, è indissolubilmente legato alla rovesciata che, il 5 gennaio del 1997, assicurò la vittoria dell’Inter sulla Roma.

La partita

La Roma, che si schiera con la coppia d’attacco Totti e Delvecchio, favorita sul più esperto Balbo, è invitata dai nerazzurri a far spuntino del formaggio, del mandarino e del bicchier di vino lasciati sulla tavolozza in attesa della nonnina porta-dolci.

Dopo un avvio in cui, dunque, i giallorossi si fanno avanti almeno sul piano della personalità, è l’Inter a mordere. Zamorano sfiora la rete del vantaggio, le frecce Djorkaeff e Zanetti spingono con la velocità che proprio la nonnina porta-dolci, sulla propria scopa volante, necessita per far (s)contenti tutti i bambini del pianeta.

Un bambino, tra gli altri, gradirebbe un dolcetto. È il figlio di Paul Ince, che viene inquadrato insieme al papà assistere alla partita dalla tribuna dello Stadio San Siro. Ed è Maurizio Ganz, uno dei tantissimi rossoneroazzurri della storia, a sbloccarla, proprio su assist di Zanetti, che al posto della scopa pare avere un motorino. La sua corsa è fluida e costante, i suoi passaggi potenti e precisi al contempo; il suo assist per il gol dell’1-0 ci obbliga a parlare di gol da dividere a metà tra il terzino e l’attaccante del Biscione.

La Roma risponde, ma il lampo di Delvecchio è più un bagliore estemporaneo che il preludio di una tempesta: il suo mancino, da posizione davvero invitante – e senza alcun tipo di marcatura – finisce alto sopra la traversa della porta nerazzurra.

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Il gol arriva dal cielo

Il fulmine, però, arriva davvero – ma è dal cielo degli dèi interisti che viene a scagliarsi fra i mortali. Un’azione senza troppe pretese dei nerazzurri porta Ganz alla conclusione di sinistro dalla distanza, ma Sterchele è indeciso a dir poco e respinge goffamente con una sorta di bagher coi piedi. La palla, folle, trottola sul piede di un difensore giallorosso che la spara in aria come può: il Boccino d’Oro di Rowlingiana memoria viene catturato da Youri Djorkaeff, che senza pensarci troppo schiaffa il pallone con il collo del piede destro in mezza rovesciata. Il pallone muore all’opposto incrocio dei pali. Minuto 39. Inter 2-0 Roma. Un gol che vale una stagione.

Persino l’arbitro, il signor Graziano Cesari da Genova, si complimenta col centrocampista francese, reo d’aver ucciso i giallorossi ma Re per aver consacrato l’anno calcistico, dopo appena 5 giorni dal 1997, alla storia di questo sport. Può un gol valere così tanto? No.

Un gol che vale una stagione

L’Inter, infatti, che vincerà quella partita per 3-1 – reti di Fresi per l’Inter e Delvecchio, su rigore, per la Roma – finirà il campionato al terzo posto (59 punti), dietro al Parma (63) e alla Juventus (65). A fine stagione arriverà la beffa, una delle tante nella sfortunata ma senza eguali storia nerazzurra, della sconfitta in finale di Coppa Uefa contro lo Schalke 04. Dopo l’1-0 con cui i tedeschi avevano chiuso la partita di andata, infatti, arriverà l’1-0 dei nerazzurri (marcatore Ivan Zamorano) e la seguente sconfitta ai calci di rigore, in pieno stile Inter. Ad un passo dalla gloria, dunque. Ma con almeno tre cose da ricordare, in quella stagione, oltre all’appena citata 1) finale europea; 2)il ritorno verso l’alta classifica dopo anni di latitanza; 3) il gol di Youri Djorkaeff, appunto. Analizziamolo brevemente.

La Gazzetta titola, il giorno dopo – 6 gennaio 1997, Epifania –, “Djorkaeff-Gol, che meraviglia”. Niente di così originale, a dire il vero. Forse le stesse parole erano finite in redazione. E li capiamo bene, i poveri giornalisti della Rosea. Un gol così non si vedeva dai tempi di Van Basten (1988) quando il Cigno di Utrecht, con una girata senza tempo – e senza paragoni, sia ben chiaro – infilzava l’URSS in finale d’Europeo. In effetti, la dinamica dell’azione è molto simile. Il gol più bello rimane quello di Van Basten, per importanza dell’incontro e difficoltà.

Ma attenzione alla (meta)fisica del gol di Djorkaeff. 120 secondi applausi, e anche più, per il ragazzo armeno dallo sguardo dolce e dalla lingua francese. Tutti in piedi. Vedere il gol renderà senz’altro più che raccontarlo. Sempre che non l’abbiate già visto. Ma se ancora una volta la scrittura può d(on)are qualcosa in più di quanto l’immagine non dica già, questa è la sua possibilità più estrema: «è ancora troppo presto, nella testa, per pensare», dice un emozionato quanto timido Djorkaeff nel dopo partita. Ebbene, eccoci di nuovo all’impossibile del football. Non solo è troppo presto, ma è troppo punto. Nella testa, quel gesto tecnico non entra né può entrare. Ma nell’esecuzione, nella poesia del gesto cinetico, esso si è effettivamente verificato. Con stupore nostro, di Djorkaeff, di tutti i presenti e persino di tutti gli assenti.

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Compresa la Befana che, quella notte, piombò dal camino con le scarpe tutt’altro che rotte.

Gianluca Palamidessi
Crede solo a ciò che è impossibile (Tertulliano). Appassionato di Football e Filosofia, cerca il passaggio filtrante per trovarle nella profondità. Se si parla di sapienza, sa riderci su. Se si parla di pallone, lo scherzo finisce subito.