borg vs mcenroe

“Quello a cui stiamo assistendo è qualcosa di unico. I tennisti sono delle rockstar. I giornali scandalistici ci stanno andando a nozze con te. Questa rivalità tra John e Borg spinge le persone a chiedersi: “chi sono io? Il gentiluomo o il ribelle?” 

Estro e fantasia, calcolo e allenamento

La frase che avete appena letto nell’incipit di questo pezzo, è tratta dall’opera cinematografica “Borg McEnroe”, il film che racconta una delle rivalità sportive più accese della storia dello sport mondiale

Proferita da uno degli agenti di John McEnroe al padre dell’ex campione statunitense, la frase è la perfetta cartina di tornasole che riflette nel migliore dei modi il motivo per cui l’epico scontro tra i due tennisti avesse raggiunto l’iconica parabola ascendente che ancora tutti noi oggi possiamo ammirare. 

C’era da sedersi in una delle seggiole, allora nemmeno troppo comode, del Centre Court, il campo principale dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon

Sedersi e aspettare, avendo al seguito al massimo una bottiglia d’acqua, unico sacrificio sull’altare della educazione e del rispetto, che solo templi come “Il centrale di Wimbledon” ti portano a tenere. 

Il resto era semplicemente da “respirare”

L’odore dell’erba, della terra appena rivoltata dalle scarpe dei due protagonisti, qualche folata dal soave odore di crema misto alle fragole, il famoso “strawberries and cream”, altro piccolo rito al quale i viandanti del circolo di tennis più famoso al mondo non devono e non possono perdersi, sempre e comunque a partite finite. 

Ma non c’erano solo quelle fragranze. 

Ad ogni match del serioso e super professionista Bjorn Borg, facevano capolino gli amanti della fatica, del risultato da conseguire ad ogni costo, della completezza da raggiungere solo dopo giorni, settimane e mesi di sacrificio. Anni di privazioni. L’odore della gloria attraverso la dedizione

Sui seggiolini che facevano da corollario ad ogni match dell’irascibile John McEnroe, prendevano posto invece gli inguaribili sognatori, quelli dell’estetica dominata da un Dio superiore, quasi sensualmente accarezzati da ogni volée che andava a spegnersi dalla parte opposta della rete, laddove moriva il secondo fatale rimbalzo e, con esso, le velleità di recupero del mal capitato che correva senza successo dalla parte opposta del campo. 

Ecco il vero scontro tra il bene e il male, decida il lettore quale sia il dritto e quale il rovescio.

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Le racchette di legno

Un brusco risveglio, chi vi scrive, deve pur darlo prima o poi, deve pur offrirvi la fine del racconto di quello che di poetico fosse intriso nella sfida tra i due. 

Possiamo cominciare dalla difficoltà che un attrezzo di legno targato Slazenger, marchio ai più ormai sconosciuto, che a chi ha compiuto una certa età, ricorderà le partite al dopo lavoro di papà, onorato dall’inconfondibile puma stilizzato, sempre meno visibile sul piatto corde progressivamente usurato dai colpi alle palline. 

Pensate a quei gesti nel pieno della carriera dei due, al celestiale rovescio dello svedese, pronto a passare in quel corridoio coperto, bene o male non ha importanza, dallo scriteriato attaccante conscio di non potersi sottrarre all’egida del “pick your poison”, scegli il tuo veleno, da fondo campo o sotto il net. 

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Pensate alla discesa verso un “paradiso al contrario” dell’americano, pronto a scagliarsi con avidità sulle difese quasi mai troppo convincenti del povero diavolo dall’altra parte. Una sorta di slot machine che dava sempre la combinazione di 3 ciliegie, sempre lo stesso profitto, quintali di punti a favore, di game, di set e di match a favore. 

E ora provate a pensare ai materiali di quegli anni, parliamo del tempo in cui morivano gli Anni ’70 e cominciavano a fiorire gli ’80. Provate a pensare cosa sarebbero stati capaci di combinare quei due mascalzoni, con le racchette super performanti di oggi. 

O forse no, non pensateci. Quei gesti non avrebbero lo stesso fascino. 

Bjorn Borg 

Svedese di Stoccolma, il bellissimo Bjorn Rune Borg vede per la prima volta la luce il 6 giugno del 1956 e comincia la sua carriera dorata quando, a 15 annisuonati” esordisce in Coppa Davis con la sua Svezia. 

Due anni dopo vince il torneo Junior di Wimbledon, ma, uno stile di gioco che dovrebbe andare bene per la sua amata terra, lo vede protagonista a Parigi, al Roland Garros, dove alza “la Coppa dei Moschettieri” per ben 6 volte.

Peccato che la straordinaria carriera del nordico è composta da ulteriori 5 titoli, consecutivi, del Grande Slam ottenuti tutti sull’erba di Wimbledon, il suo giardino di casa, prima dell’arrivo di McEnroe. 

A Parigi solo Adriano Panatta fu capace di sconfiggerlo per ben due volte, è un vanto di cui l’ex campione romano può andare fiero da sempre. 

La parabola discendente della carriera di Borg fu costellata di errori, ritorni e scelte davvero poco condivisibili, tra cui quella di lasciarsi andare fisicamente tra il 1982 e il 1983, anno del suo primo ritiro. 

La notizia del suo ritiro fu una tremenda delusione per tutti i suoi colleghi e per gli appassionati di questo sport, tanto che lo stesso McEnroe provò a convincerlo a rimanere in sella. 

Ci fu un ripensamento solo più tardi, nel 1991, ma fu un disastro annunciato, costellato di sconfitte al primo turno. 

Lanciò, alla fine degli anni ’80, una linea di abbigliamento sportivo che ebbe anche un discreto successo all’inizio, ma che naufragò successivamente in un mare di debiti. 

Lo sfiorò pure l’idea di mettere all’asta trofei, racchette e cimeli vari per far fronte alla sua scarsissima liquidità, ma fortunatamente l’intervento di Andre Agassi e, ancora, di John McEnroe, lo fecero rinsavire. 

John McEnroe

Nato in Europa da un papà in piena carriera militare d’istanza a Wiesbaden, nella Germania dell’Ovest il 16 febbraio del 1959, vinse 3 titoli a Wimbledon e 4 agli US Open

Amante della bella vita e delle belle donne, sposò nel 1986 la splendida attrice Tatum O’Neal dalla quale ebbe tre figli, per poi unirsi in seconde nozze con la cantante Patty Smith con la quale diede i natali ad altre due bimbe, Anna ed Ava.

Il 1984 segna l’apice della carriera dell’americano: vinse il Master che si svolgeva a gennaio, approdò in finale al Roland Garros perdendo da Ivan Lendl, ultima occasione per lui di conquistare il torneo che rincorse per tutta la carriera. 

Portò a casa Wimbledon battendo in finale Jimmy Connors e si prese la rivincita su Lendl a Flushing Meadows, portando a casa in totale, quell’anno, 13 tornei ATP sui 15 disputati. 

Chiuse la carriera nel 1993 da 20° nel ranking mondiale. 

Oggi è il più richiesto nei tornei esibizione e lo apprezziamo come commentatore su Eurosport insieme ad altre leggende del tennis mondiale come Mats Wilander.  

Andrea Borea
Ha sempre pensato alla vita come un’eterna previsione. Appassionato di tutto ciò che ruota intorno alla NBA, ama i campionati esteri di calcio, Premier, Liga e Bundes in particolare. Se rotola, ci siamo!