arpad weisz

I genitori di Arpad Weisz si chiamano Sofia e Lazzaro. Lazzaro, come chi ritorna alla vita, e Sofia, come la sapienza che ne alimenta l’esistere quotidiano.

Sono entrambi ebrei e questo, che nel 2021 non sarebbe che un dettaglio indifferente, agli inizi del Secolo scorso costituiva un marchio indelebile. Tragicamente scolpito nella propria esistenza.

Weisz, la guerra, il calcio

Nasce a Solt il 16 aprile del 1896, Arpad. Solt è a pochi chilometri da Budapest, una settantina circa, ed è proprio qui, nella capitale dell’Ungheria, che il giovane Arpad, dopo aver brillantemente concluso gli studi liceali, si recherà per studiare giurisprudenza. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale segnerà la fine della carriera giuridica di Weisz anzitempo.

Questo contrattempo, comunque, si sarebbe rivelato miracolosamente fortunato. Prima però c’è la Guerra, e da suddito dell’Impero austro-ungarico, Weisz è costretto a rischiarci la pelle, arrivando a combattere sul Carso l’esercito italiano, che lo fa prigioniero nel corso dell’offensiva successiva alla disfatta di Caporetto.

Già da qualche anno, Arpad gioca a calcio. E con risultati eccellenti. Egli è un’ala tecnica dotata di classe sopraffina. Di lui si parla un gran bene già ai tempi del Padova, stagione 24/25. Le voci sono confermate dalle prestazioni spese per l’Internazionale di Milano, ma dopo undici reti e cinque assist in una settimana, Arpad si infortuna. Il danno è più serio del previsto, dovrà lasciare il calcio giocato. Ma lo ritroverà dalla panchina, da cui riscriverà la storia del calcio mondiale.

Weisz e la panchina: la prima grande Inter

Il suo esordio arriva nel 1927, ma è nel 1926 che si hanno le prime tracce di Arpad Weisz al fianco di Rangone, ex (e futuro) allenatore della Nazionale, ad Alessandria.

Un anno dopo Weisz è già alla guida di una grande del nostro calcio, l’Internazionale, che per ragione legate al linguaggio di regime, cambierà il proprio nome in Ambrosiana. La sua casacca non sarà più nerazzurra, ma bianca con una croce rossa al centro e un fascio littorio a capeggiarne il petto.

Dopo un quinto e un settimo posto, l’Ambrosiana vince lo Scudetto con la prima e storica formula del girone unico all’italiana. Il campionato 1928/29 si chiama Serie A, ed è Weisz il primo a vincerla. La sua attenzione ai dettagli, sia durante gli allenamenti che negli incontri ufficiali, ne restituiscono la figura di allenatore.

Egli dedica il tempo “libero” al settore giovanile, ed è da qui che chiamerà alle “armi” un giovane ma già promettente sedicenne, Giuseppe Meazza, che a poco meno di vent’anni vincerà la sua prima classifica cannonieri.

Il suo credo tattico è riscontrabile in quel modulo ribattezzato WM per l’utilizzo dei cinque difensori (M) e i cinque attaccanti (W). Il risultato di questa invenzione, dovuta all’ingegno dell’allora allenatore dei Gunners Herbert Chapman, è quello di coinvolgere tutti e dieci gli effettivi tanto in fase di costruzione quanto in quella di ostruzione.

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La più sorprendente novità è legata ai terzini, che avanzano ben oltre la zona di competenza fino a quel momento loro concessa dal gioco del calcio. Questo modulo rimarrà praticamente invariato – e preso a modello da tutti – fino agli anni Sessanta, quando Helenio Herrera si esalterà il ruolo del libero davanti alla difesa.

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Un altro ungherese, Ernest Egri Erbstein, con il WM farà grande il Torino. È la rivoluzione dell’Ungheria nel nostro calcio. Nel 1935 saranno ben cinque gli allenatori ungheresi nella massima divisione del nostro campionato. Non può essere un caso. Come non è un caso la pubblicazione, nel 1930, del primo e unico libro di Weisz sul proprio credo tattico. Lo pubblica insieme all’allora dirigente dell’Inter Aldo Molinari, presso l’editore milanese Alberto Corticelli, dal titolo: « Il giuoco del calcio », con prefazione di Vittorio Pozzo, due volte campione del mondo con la Nazionale e grande ammiratore di Weisz.

La carriera di allenatore dell’ungherese sulla panchina nerazzurra volge però al termine. Un paio di tira e molla ne riporteranno la figura in quel di Milano, ma lo scontro con la nuova presidenza, quella dei Pozzani, è sempre più manifesto. Egli lascia l’Inter nel 1934. Con 212 presenze sulla panchina nerazzurra, Weisz occupa il quarto posto nella relativa classifica degli allenatori nella storia dell’Inter, dietro a Helenio Herrera, Giovanni Trapattoni e Roberto Mancini.

Con il Bologna fino al tetto d’Europa

Dopo una breve parentesi al Novara in Serie B, Weisz viene chiamato alla guida del Bologna per sostituire un altro ungherese, Laojos Kovács. Dallo Scudetto con l’Ambrosiana/Inter al 1936, il quinquennio è dominato dalla Juventus, ribattezzata Signora del nostro calcio.

Ma è proprio Weisz, alla guida del Bologna, a scucire lo Scudetto dal petto della Juventus, consegnandolo alla società rossoblu. Un’impresa, quella di vincere due titoli con due panchine differenti, che Weisz spartisce con pochissimi nella storia.

L’anno dopo le cose andranno addirittura meglio. Weisz rinnova col Bologna e oltre a vincere un altro Scudetto, trionfa all’Expo di Parigi, antesignano della Coppa dei Campioni, dopo aver eliminato il Sochaux, lo Slavia Praga e i temibilissimi rivali inglesi del Chelsea per 4-1. Una vittoria netta che consegna, se ce ne fosse ancora bisogno, Weisz alla storia del calcio mondiale.

Le leggi razziali, la fuga e la morte

Qualcosa di terribile, tuttavia, invade l’Europa e il mondo intero. È il Nazionalsocialismo di Adolf Hitler. Che in Benito Mussolini trova un terrificante alleato.

Il 22 agosto del 1938 Arpad ed Elena, sua moglie, insieme ad altri ottocentomila cittadini stranieri, vengono registrati nell’elenco degli ebrei stranieri residenti nel Regno. È da questa lista, infame e assurda, che le SS sapranno come muoversi e individuare gli ebrei da mandare nei campi di sterminio.

Il 22 ottobre dello stesso anno Weisz si dimette da allenatore del Bologna. Al suo posto l’austriaco Felsner, tristemente indifferente, lui come molti altri addetti ai lavori, del destino di Weisz.

Il 7 settembre il decreto-legge n. 1381 stabiliva che gli ebrei stranieri che avevano fissato la residenza in Italia dopo il 1 gennaio 1939 avrebbero avuto sei mesi di tempo per lasciare il Paese. Tra questi c’è Weisz con la propria famiglia, composta oltre che dalla moglie anche da due figli.

Arpad, lasciato solo da tutti, si rifugia a Parigi il 10 gennaio del 1939, per poi trasferirsi in Olanda dove il Dordrecht, squadra mediocre in un campionato ancor più mediocre, gli aveva affidato la guida tecnica.

Qui Weisz, costretto ad accettare per sfamare la famiglia, salva la squadra dalla retrocessione, vincendo lo spareggio contro l’UVV Utrecht. L’anno successivo ottiene un quinto posto nel girone vinto dal Feyenoord, battuto clamorosamente in casa propria. Lo stesso accadrà l’anno successivo, a conferma delle straordinarie capacità tecnico-tattiche di Weisz in panchina – quella squadra era composta esclusivamente da non-professionisti; il calcio olandese era lontano anni luce da come lo conosciamo oggi.

Arpad ce la mette tutta per proteggere la propria famiglia, ma le reti del Fuhrer arrivano persino a Dordrecht. Il 29 settembre del 1941, dal Commissariato di Polizia, arriva una comunicazione ai dirigenti della squadra, nella quale si ricorda che in forza delle disposizioni vigenti dal 15 settembre 1941 sul «pubblico comportamento degli ebrei, ad Árpád Weisz, allenatore della vostra associazione, è proibito di trovarsi su un terreno dove sono organizzate partite accessibili per il pubblico».

Infine, il consiglio (minaccia) «di non assumere o tenere nel servizio della Vostra associazione degli ebrei, perché nelle circostanze attuali potrebbe avere conseguenze molto dannose per la Vostra associazione». La famiglia Weisz viene arrestata la mattina del 2 agosto 1942 dalla Gestapo.

Qualche giorno dopo, i Weisz verranno trasferiti nel campo di Westerbork, nel nord dell’Olanda, lo stesso da cui passò Anna Frank. Il treno con i Weisz partì venerdì 2 ottobre. Elena, la moglie, e Roberto e Clara, i due figli, vennero avviati alla camera a gas il 5 ottobre, appena scesi dal treno, come risulta dal Kalendarium di Auschwitz, la cronologia degli avvenimenti del campo redatta da Danuta Czech. Clara aveva compiuto otto anni da tre giorni, Roberto aveva dodici anni, Elena avrebbe compiuto 34 anni due giorni dopo.

Di Arpad non abbiamo traccia; la sua morte è datata 31 gennaio 1944. L’ipotesi più probabile è che abbia fatto parte dei trecento uomini fatti scendere a Cosel – come risulta sempre dal Kalendarium – per essere avviati nei campi di lavoro in Alta Slesia. In quel 1942, infatti, Weisz è un uomo di quarantasei anni ancora nel pieno delle forze, che può servire allo sforzo bellico del Reich prima di essere animalescamente annientato. Come sua moglie e i suoi figli. Come la storia, che non può far altro che avere memoria. Che altro non può, se non chiedere perdono.

Gianluca Palamidessi
Crede solo a ciò che è impossibile (Tertulliano). Appassionato di Football e Filosofia, cerca il passaggio filtrante per trovarle nella profondità. Se si parla di sapienza, sa riderci su. Se si parla di pallone, lo scherzo finisce subito.