ascoli costantino rozzi

Il pensiero è quasi immediato. Ascoli e Rozzi, Costantino Rozzi. Che anni, quegli anni. Che anni, quelli di Rozzi. 26 stagioni a guidare i bianconeri, a essere simbolo di una città che è emersa con coraggio e ambizione. Dalla Serie C, fino alla Serie A. E da protagonista, negli anni ruggenti del calcio italiano a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. In totale: una promozione in serie B, quattro in serie A, una Mitropa Cup, il torneo internazionale del 1980 in Canada. Poi, quinto e sesto posto nel massimo campionato. L’Europa a un passo, ma mai raggiunta.

La storia

Eppure, Rozzi, al calcio non aveva mai pensato. Era un geometra, un tecnico, quel tipo di passione non l’aveva mai pervaso. “Ma chi sono quei pazzi che trascorrono il pomeriggio festivo a vedere una partita di calcio?”, si chiedeva di domenica, quando vedeva le auto allungare la fila di traffico sotto casa sua. Come arrivò a dirigere la società? Un gruppo di amici si coalizzò e lo convinse. Del resto, quel carisma poteva fare tantissimo per la città marchigiana. Un’intuizione che segnò la fortuna. Di tutti.

A quarant’anni sul tetto di Ascoli. Sembra una battuta, ma era la realtà: fu eletto presidente nel 1968 e subito apportò dei cambi sostanziali. Da idea si fece progetto, quello di andare in Serie B. Sarebbe stata dura, ma provarci era diventato quantomeno d’obbligo. Serviva però una squadra, cioè dei giocatori che rendessero tutto abbastanza convincente. Perseguibile, ecco. E allora, dopo i sogni Capello e Malavasi sfumati nel nulla, la panchina dell’Ascoli finì a un giovane allenatore che aveva guidato sino a quel momento esclusivamente giovani. Ragazzi affamati. Una vecchia conoscenza, poi, di Ascoli: dopo sei anni da calciatore, tornava per restare Carlo Mazzone.

Carletto, primo ancora di diventare il “Sior” Mazzone, accettò istantaneamente. Tre anni in bianconero, boom con la conquista della Serie B. Rozzi, alla prima decisione calcistica e non esclusivamente manageriale, aveva già cambiato le cose. E lì poteva pure vivacchiare, accontentarsi per non fare l’Icaro di turno. Al sole, Rozzi però voleva abbronzarsi: non aveva mica paura di sciogliere le ali. ‘Andiamo in Serie A’, su. L’invito era ghiottissimo.

Il sogno

All’inizio degli anni Settanta, l’Ascoli era la mina vagante della cadetteria. Sfiora per due volte la diretta promozione in Serie A, nel ’73 soltanto per un punto. Un misero, unico, anche un po’ ‘infame’ punto. Sembrava la fine, era esattamente l’inizio. Un anno dopo, ecco il massimo campionato: un secondo posto che ancora oggi, chi può, lo ricorda come una cavalcata pazzesca. Già a inizio stagione, nessuno aveva dubbi sul fatto che i bianconeri ce l’avrebbero fatta.

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Cambiò tutto. Cambiò la percezione, cambiò la forza. Rimase intatta, come ai vecchi tempi, solo la voglia di fare la storia. Ecco, quello era il motore di Rozzi. Che quando sognava, lo faceva forte. Ecco perché, in soli tre mesi, costruì quasi da zero uno stadio. Tirò su dal nulla un impianto da 34mila persone, pronto per le grandi stelle della Serie A. Panchina ancora affidata a Mazzone, pronto ad affrontare squadre come Juve, Milan, Inter. E Napoli, subito alla prima.

Ah, quel debutto. Si partì al San Paolo: batosta. 3-1 per i partenopei, sembrava una stagione con contorno di sofferenza. Sette giorni dopo, in un Del Duca strapieno, l’Ascoli portò a casa il primo punto: pari con il Toro. Il prosieguo fu quasi drammatico: appena 9 punti e ultimo posto in classifica quando la squadra s’apprestava a fare il primo giro di boa. Serviva un miracolo, al ritorno. Roba che neanche un’invenzione di Rozzi avrebbe sovvertito un destino quasi scontato.

Stalle e stelle

Come in ogni impresa, c’è sempre un momento in cui la storia capisce di aver preso il percorso sbagliato. Per l’Ascoli fu il gol di Silva, a Milano e contro l’Inter di Facchetti e Mazzola. Fu la ciliegina su un girone di ritorno incredibile, che valse la salvezza e la successiva festa in piazza. Una festa però macchiata da un trionfo di lacrime: Mazzone aveva deciso di andarsene, e Rozzi aveva accettato. Lo chiamò la Fiorentina: dal suo presidente, un abbraccio e un caloroso in bocca al lupo.

Terminò l’era Mazzone, non quella dell’Ascoli miracoloso. Rozzi ricominciò con Riccomini (retrocessione), poi tornò in A con Mimmo Renna, salentino purosangue. Un’annata, quella del ’78, piena di vittorie e di sostegno. Arrivano gli Ottanta e Rozzi, che aveva esonerato Fabbri, provò il colpo d’ingegno richiamando Mazzone. Sembrava non essersi mai separato da quei luoghi, da quello stadio. Ogni salvezza fu uno spettacolo d’adrenalina e di terrore. Nel 1985, Mazzone si ritrovò di nuovo svuotato e senza stimoli: provò a dimettersi, ma il Presidente rifiutò. Quindici giornate dopo, fu Rozzi a salutarlo ‘con la forza’. Chiamando Boskov.

Boskov, che avrebbe fatto la storia del calcio italiano, ad Ascoli non riuscì ad adattarsi: retrocesso, subito. Anni e anni a combattere, poi Sonetti riallacciò i rapporti tra l’Ascoli e la Serie A. Fu l’ultimo sorriso del Presidentissimo, che nel 1994 fece il colpo più triste di tutti: se ne andò, in silenzio e attorniato dalle persone a cui si era legato attraverso il pallone. Ventimila persone alla Cattedrale marchigiana per il suo funerale, tutte a ringraziarlo per quei sogni realizzati. Quasi tre lustri tra i più grandi d’Italia: Ascoli, da allora, non è mai stata più la stessa.

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Cristiano Corbo
Fan dei tiri a giro sul secondo palo. Prima del sinistro di Grosso, solo quello di Volpecina. Ostinatamente giornalista e giornalisticamente ostinato