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La Nazionale di Azeglio Vicini parte, in antitesi al cognome, da lontano.

Siamo infatti nel 1986 e la Nazionale di Bearzot, forse fin troppo riconoscente verso gli eroi spagnoli, si produce nel suo canto del cigno al mondiale messicano.

È la fine di un ciclo, splendido e vincente, che deve lasciare spazio al rinnovamento: all’epoca era (buona) usanza creare i tecnici federali direttamente in casa, facendoli crescere assieme ai propri ragazzi, fin dalle giovanili per concludere con il naturale approdo alla Nazionale maggiore.

I Vicini “boys”: dall’Under all’europeo 88′

Viene quindi scelto in maniera molto lineare Azeglio Vicini, che con il suo lavoro di valorizzazione dei giovani calciatori italiani è partito da lontano, fin dal 1976.

Sotto la sua sapiente guida cresce una nidiata di calciatori fondamentali per la storia azzurra, dai primi lanciati al mondiale argentino del 78′ come Rossi e Cabrini, fino ad alcuni Campioni del Mondo 82′ come Bergomi.

Ma è con la generazione successiva che il lavoro di Vicini trova il compimento definitivo. La sua Under 21 del biennio 84-86 è la base su cui dovrà poggiarsi la Nazionale del futuro, quella chiamata ad essere protagonista nei mondiali del 90′, già assegnati all’Italia.

Si forma quindi un gruppo di calciatori giovani e forti, con giocatori già protagonisti in serie A: Zenga in porta, Maldini e Ferri in difesa, Giannini, De Napoli e Donadoni a centrocampo e i gemelli del gol Vialli e Mancini davanti.

Si gioca finalmente un Europeo under 21 di livello giungendo per la prima volta alla doppia finale con la Spagna di Suarez e del “Buitre“, che però ci batte ai rigori. La bella impressione vale però la Nazionale maggiore a Vicini che si porta molti dei suoi ragazzi al piano superiore.

Quel nucleo giovane integra quello esistente, con i vari Bergomi, Ancelotti e con il provvidenziale recupero di Franco Baresi che prende il posto da libero che fu di Scirea.

Con questa squadra ci si qualifica all’Europeo del 1988, cosa che all’epoca non era assolutamente scontata, si gioca la kermesse continentale come prova generale in vista dei mondiali.

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Gli azzurri sono la sorpresa della manifestazione: giunti in Germania con una squadra giovane ma già brillante, costringono prima al pareggio i favoriti padroni di casa, poi si prendono la rivincita sulla Spagna e battono la Danimarca.

In semifinale siamo vittime della più esperta Unione Sovietica, che ci batte 2-0 dopo una partita comunque ben giocata.

Senza le qualificazioni da disputare, in quanto paese organizzatore, i ragazzi di Vicini continuano nel loro processo di crescita con amichevoli di lusso in cui hanno la meglio anche sui campioni del mondo in carica argentini.

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L’attesa è alta. La squadra sembra forte, con giocatori al culmine della loro carriera.

Il calcio italiano vive nel 1990 il momento di suo massimo splendore, aggiudicandosi tutte e tre le coppe per squadre di club, piazzando in finale 4 squadre su 6: derby italiano in finale di Uefa tra Fiorentina e Juventus poi trionfatrice, Sampdoria e Milan vincitori rispettivamente di Coppa delle Coppe e Coppa dei Campioni.

Siamo i favoriti, e non possiamo più nasconderci.

L’Italia delle “Notti Magiche”

Vicini si affida per il mondiale casalingo al blocco dei suoi ragazzi, con qualche aggiunta: è esploso nel frattempo un giovane Roberto Baggio e il campionato ha portato alla ribalta il piccolo Totò Schillaci messosi in mostra con la maglia della Juve.

L’esordio del 9 Giugno 1990 contro l’Austria mostra tutta la tensione del grande appuntamento: la squadra è solida e non soffre gli avversari più modesti, ma non punge come dovrebbe. A quel punto Vicini butta nella mischia Totò Schillaci: si vede subito lo zampino del destino, visto che il bomber siciliano segna il gol vittoria di testa – lui che certo non è alto – in mezzo ai due centraloni austriaci.

Stessa musica con gli USA, dove la sblocchiamo subito con l’eleganza del “Principe” Giannini, ma poi soffriamo maledettamente contro i semi-professionisti americani. Vialli sbaglia un rigore e sarà questo invece un primo indizio nefasto: sia per “Stradivialli” che sarà la delusione azzurra del mondiale, sia per i maledetti rigori che già avevano punito i “Vicini Boys” ai tempi dell’Under.

Con la Cecoslovacchia dovrebbe essere la partita più dura del girone ed invece, come spesso accade alla nostra Nazionale, diamo il meglio di noi con il salire del livello degli avversari. Vinciamo 2-0, ancora con Schillaci in gol e con un capolavoro assoluto di Roby Baggio che parte da centrocampo e ubriaca la difesa fino a gonfiare la rete.

Le gare ad eliminazione diretta si svolgono ancora all’Olimpico e prima facciamo fuori l’Uruguay e poi la sorpresa Eire sempre con la firma dell’uomo del destino Schillaci che ci trascina alla semifinale.

Come una sceneggiatura da film però l’accesso alla finale si giocherà contro l’Argentina di Maradona, nell’unico stadio dove si rischia di giocare in trasferta nel mondiale di casa, ovvero il San Paolo di Napoli.

Nei giorni precedenti alla sfida Diego provoca apertamente i tifosi italiani, invitando i napoletani a fare il tifo per l’Argentina, facendo leva sulla questione meridionale che in Italia è sempre un argomento caldo.

La Nazionale va in vantaggio anche questa volta con un gol (in mezzo fuorigioco) sempre di Totò Schillaci, e viene raggiunta da una zuccata sporca di Caniggia, che beffa un Zenga uscito completamente fuori tempo.

Di nuovo i rigori si stagliano di fronte ai “Vicini Boys”, e questa volta valgono una finale mondiale, nel mondiale più atteso di sempre.

Il resto è storia: sbagliano Donadoni e Serena e per l’Italia sarà terzo posto, con il rammarico di aver fatto più punti di tutti e di aver preso meno gol di tutti.

La squadra era probabilmente la più forte della manifestazione, di sicuro una delle edizioni della Nazionale più forte di sempre sulla carta. È mancato Vialli, e non è bastato il mese di grazia di Totò Schillaci.

Da Vicini a Sacchi

Vicini viene comunque confermato alla guida della Nazionale in vista delle qualificazioni per Euro 92′ a cui gli azzurri vorrebbero presentarsi da favoriti.

Anche questa volta, in un gioco di corsi e ricorsi storici, è l’Unione Sovietica (divenuta nel frattempo C.S.I.) a sbarrare la strada agli azzurri e nel match decisivo di Mosca per la qualificazione le speranze azzurre si infrangono sul palo colpito da Rizzitelli nel finale.

La delusione è forte, e in federazione si respira un’aria nuova. Si pensa ad un cambio di rotta epocale, derogando alla regola del tecnico federale costruito in casa. Toccherebbe a Cesare Maldini che sta facendo meraviglie con la sua Under 21 e nel 92′ stesso conquisterà il primo di 3 europei di categoria consecutivi.

Matarrese e la federazione si fanno invece sedurre dalla tentazione Arrigo Sacchi, che porterà una mentalità differente, leggermente più aderente a quella di un club. Non più graduali inserimenti dall’Under 21 ma convocazioni fiume, con decine di giocatori provati e convocati fino a trovare l’alchimia giusta. Con il blocco milanista già presente ad Italia 90′, e il risultato delle varie prove di Coverciano, Sacchi sfiorerà la vittoria nel Mondiale 94′ (ancora maledetti rigori) e fallirà clamorosamente ad Euro 96′.

Maldini arriverà quindi con 4 anni di ritardo a partire dal novembre 96′ continuando la tradizione dei tecnici federali. Tradizione che appartiene a pieno titolo a Vicini e ai suoi ragazzi, forse la più forte e sfortunata Nazionale della nostra storia.

Matteo Mancin
Pigiatore di tastiere per professione, lo fa soprattutto per scrivere di palloni e palline. Quindi di sport. Conta le stagioni calcistiche in prima e dopo Ronaldo Luís Nazário de Lima e quelle del basket in prima e dopo Manu Ginobili.