niki lauda vs james hunt

Niki Lauda è stato tre volte campione del mondo, è stato protagonista di storici duelli nelle piste coi più grandi piloti della sua epoca. Jackie Stewart, Emerson Fittipaldi, Nelson Piquet, Jody Scheckter, Mario Andretti, Alain Prost. Anche Carlos Reutemann. Tutti combatterono per essere i re della regina tra le categorie (e perdonerete il voluto gioco di parole) dell’automobilismo, tutti avevano come avversario principale l’austriaco. Comunque, il suo grande rivale, la sua nemesi, è stato il britannico James Hunt, con il quale ha combattuto fianco a fianco nel campionato piloti del 1976, l’anno del brutale incidente del Nurburgring.

Fu talmente una roba epocale, la loro rivalità, che nel 2013 divenne una storia da cinema: nacque Rush, diretta dal regista premiato Ron Howard e messa in scena da Daniel Bruhl, nei panni di Lauda, e da Chris Hemsworth (praticamente Thor, per i fan della saga Avengers) che incarnava Hunt.

“Penso che per un ottanta percento – di quello che mostra la pellicola – viene mostrata la storia vera”, disse Lauda con aria di benedizione al realizzatore, dopo aver presenziato alla premier del lungometraggio. Poi aggiunse: “Conoscevo James dalla F3. Abbiamo continuato più o meno più o meno insieme per lo stesso cammino, provavamo ad arrivare in Formula Uno. Il nostro rapporto era molto buono. Quando vinse il campionato contro di me, gli dissi che ero contento. Meglio lui che un altro”.

Rivalità e amicizia

In quell’intervista, l’austriaco raccontò inoltre che la rivalità con Hunt finiva nel momento esatto in cui entrambi uscivano dall’abitacolo. Di fatto, confessò che con il correre del tempo riuscirono a mantenere anche una sorta di amicizia. “Quando James si ritirò, si mise in una situazione personale a dir poco terribile. Beveva tanto, perse tutto il suo denaro. Aveva anche investito la sua fortuna in un’impresa le cui azioni persero valore. James finì senza soldi e completamente rovinato. Gli telefonai e gli dissi di venire a Londra, qualcosa potevamo fare”, ricordò Lauda.

Ma cos’accadde in quella stagione così assurda di Formula 1? In un’epoca in cui la morte mordeva le caviglie di tutti i Gran Premi, in cui i piloti non avevano le risorse tecnologiche che aiutano in questi giorni? Lauda, campione nella stagione precedente con la Ferrari – era il 1975 -, non lasciava nessun dettaglio al caso. Calcolatore, con una freddezza propria dell’Europa centrale, minacciava di radere al suolo il movimento a bordo del Cavallino Rampante di Maranello.

Agli antipodi era la figura di Hunt. Carismatico, playboy, sempre polemico, arrivò in Formula 1 grazie all’aiuto di Lord Kesketh, aristocratico inglese appassionato di velocità. Il March 731 con il quale debuttò nella più grande categoria, portava una scritta con un messaggio trasgressivo: “Sesso, è la colazione dei campioni”. Fu con la forza della disinvoltura che richiamò l’attenzione di McLaren, scuderia britannica che lo convocò per coprire il buco che lasciò Fittipaldi.

Una stagione particolare

In quel 1976 indimenticabile, Lauda aveva vinto le prime due corse dell’anno: Interlagos (Brasile) e Kyalami (Sudafrica). Nel terzo appuntamento della stagione, a Long Island (Stati Uniti) era arrivato secondo dietro il suo compagno di squadra, lo svizzero Clay Regazzoni. Aveva anche raggiunto un ottimo piazzamento in Spagna, lì con Hunt e la sua McLaren davanti. Poi la vittoria di Zolder, in Belgio. Ancora nel Principato di Montecarlo. A quell’altezza, con sei gare su 16, l’aroma del bis mondiale si sentiva forte.

Scheckter con la sua Tyrrel P34, quella delle sei ruote, comandarono nel GP di Svezia e Hunt tornò a festeggiare a Paul Ricard (Francia). Punti che valsero doppio perché Lauda abbandonò all’ottavo giro per una falla nel motore. Non accadde lo stesso nella prova seguente, a Brands Hatch (Inghilterra), quando l’austriaco tornò a essere il primo a vedere la bandiera a quadri e Hunt fu squalificato.

L’incidente

Arrivò infine questo fatidico primo agosto, arrivò infine il Nurburgring. Il brutale incidente dal quale Lauda uscì vivo per miracolo. Il brutale incidente che vide quei dannatissimi minuti di fuoco e fiamme, e Niki ancora nel veicolo, a soffrire ustioni di primo e terzo grado sulla testa e sulle mani. La gara continuò, vinse Hunt.

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Internato Lauda, al quale fu addirittura praticata l’estrema unzione, Hunt iniziò ad accorciare le distanze. Fu quarto a Osterreichring, in Austria, in una gara vinta dall’altro britannico John Watson. Tornò alla vittoria a Zandvoort, Olanda.

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Quando tutti lo credevano fuori dalla stagione, Lauda tornò a competere dopo appena sei settimane. Il suo ritorno fu epico: a Monza, nel GP di casa Ferrari. Arrivò quarto. Hunt, che era in agguato e in procinto di raggiungere quell’altezza, si era ritirato per una svista. La sorte sembrava segnata, ma il britannico dominò il Mosport Park canadese, e poi il Watkins Glen (Stati Uniti). Arrivò l’ultima gara dell’anno, a Fuji, Giappone. Tre punti di distanza tra i due contendenti.  

La resa dei conti: il Gp del Giappone

Quell’incredibile campionato del mondo 1976 si decise quindi in Giappone. Solo 3 miseri punti tra i due contendenti. Per un calcolatore come Lauda si prospetta la situazione ideale, con la possibilità di gestire la gara a suo piacimento, avendo alle spalle la forza del vantaggio.

Quello che Lauda non calcola è però l’avversario che dovrà sconfiggere. Non sarà infatti James Hunt, ma sarà un avversario ancor più duro e bizzoso, un rivale che arriva diretto dal cielo, attraverso nuvole cariche di acqua e paura.

La corsa si disputò infatti sotto una pioggia torrenziale. Fino all’ultimo la partenza della gara è messa in dubbio per le condizioni al limite del tracciato. Ma anche in quel lontano 1976 le ragioni del business hanno la meglio. Troppe le tv collegate per lo showdown definitivo del campionato. Troppo ghiotta la storia di una rivalità da cavalcare, con l’aggiunta di tutto quello che è successo a Lauda. Sembra davvero un finale da film. Il campione che torna dopo aver quasi perso la vita, e sconfigge le sue paure prima che il diretto avversario.

Siamo pur sempre di fronte ad una storia di calcoli: quelli economici del circo della Formula 1, e quelli di Lauda di fronte alle sue paure. Quelli di Hunt che sa di dover fare 4 punti in più della sua nemesi. Quelli delle settimane, troppo poche, passate dal quel primo Agosto al Nurburgring, che non permettono di sedimentare la paura sotto la spinta della competizione a tutti i costi.

Lauda, con il fantasma del Nurburgring a zavorrare la sua Ferrari, parte contrariato, e dopo un solo giro è addirittura in 17^ posizione. Troppo pensante il ricordo per non rallentare la vettura, troppo calcolatore il pilota austriaco per non capire che un titolo mondiale non vale la vita. Lauda allora decise di non rischiare e abbandonò al secondo giro. Tornato ai box Mauro Forghieri, direttore tecnico della Ferrari all’epoca, gli chiese se voleva simulare un guasto tecnico, da lanciare in pasto ai giornalisti per giustificare la clamorosa decisione. Lauda rifiutò categoricamente, si è uomini prima che piloti, e gli uomini possono avere paura.

Hunt è invece ossessionato dalla possibilità di superare, almeno una volta nella vita, il rivale di sempre. L’unico calcolo possibile per lui è quello del raggiungimento del 3° posto, quanto basta per trionfare. E quel 3° posto gli permise di vincere il campionato per un punto. Fu una lotta titanica tra due stili completamenti opposti.

James, a poco a poco, si allontanò sempre più dal piano sportivo, il tutto mentre si perdeva nel miele del jet set. Lauda, con la sete di rivincita, si potenziò e divenne un competitore instancabile.

Nel 1977, l’austriaco tornò a essere campione del mondo con Ferrari. Dopo passò alla Brabham, e più tardi, dopo un piccolo allontanamento durante il quale fondò (senza molta fortuna) una linea aerea, tornò tra le fila di McLaren, con la quale tornò a essere il re di categoria nel 1984.

Hunt, dopo qualche anno sregolato alla McLaren e un oscuro passaggio alla Wolf, si trasformò nel telecronista della BBC. Morì a 45 anni a causa di un infarto. Niki ci ha lasciato poco fa, da meravigliosa leggenda, da membro fondamentale del paddock.

Cristiano Corbo
Fan dei tiri a giro sul secondo palo. Prima del sinistro di Grosso, solo quello di Volpecina. Ostinatamente giornalista e giornalisticamente ostinato