oriundi in nazionale camoranesi

Fratelli d’Italia. In tutto e per tutto. A prescindere dalla nazionalità d’appartenenza, i giocatori di cui tratteremo oggi – i cosiddetti oriundi d’Italia – hanno avuto la più grossa approvazione dei propri tifosi: l’hanno scelta, la maglia azzurra.

L’hanno voluta, sì per i motivi più disparati, ma l’hanno fatta propria. A partire da Eugenio Mosso, argentino di Mendoza, che scelse di vestire l’orgoglio italiano in onore di suo padre, emigrato. Poi Aebi, quindi Moscardini. Nel 1926, il primo, grande giocatore oriundo che ruberà il cuore dei tifosi di tutto il Paese: è Julio Libonatti, e segnerà un’era a suon di reti. Incredibili.

Proprio da Libonatti inizia il nostro viaggio: oltre un secolo di italiani naturalizzati, che hanno cambiato la nazionale e per sempre la percezione che si possa essere conterranei pure se si è nati altrove. Pure se si è a migliaia di chilometri di distanza.

Oriundi di un passato lontano

Altafini, Angellilo e Sivori per un tridente tutto oriundo nel 1961

Da Libonatti a Caesarini, da Altafini ad Angelillo. Poi, il genio di Omar Sivori: sono stati gli attaccanti a fare la differenza nella prima parte del Novecento. Il talento è tutto sudamericano, ed è estro e fantasia. Poi, i gol. Tantissimi gol. Andiamo a scoprirli nel dettaglio.

Libonatti

Julio Libonatti nasce a Rosario e lì vi morirà, ottant’anni dopo. Come si evince dal cognome, arriva da genitori italiani. E dopo essere cresciuto calcisticamente nel Belgrano, passa al Newell’s Old Boys, oggi ‘la squadra di Messi’. Otto anni in patria, poi arriva la grande occasione con il Torino. Nel 1925, impiega poco più di un anno a conquistare la tifoseria granata e la Nazionale italiana. Giocherà poi al Genoa e al Rimini. Nel ’39 il ritiro e il ritorno in Argentina. Per il Toro è un pezzo di storia incredibile: 241 presenze e 157 reti. Pochi come lui.

Cesarini

Renato da Senigallia. Però con un accento e la ‘g’ trascinata, tutta argentina. Dopo pochi mesi di vita, infatti, era emigrato con la famiglia a Buenos Aires. E da lì partì tutta una traversata, fatta Chacarita, Oeste, Alvear, Ferrocarril. Fatta soprattutto di Juventus, il grande amore: partecipò attivamente al Quinquennio d’oro, che egemonizzò il calcio italiano. In Nazionale, 11 presenze e 3 reti. E un ricordo particolare: quando il 13 dicembre del 1931 segnò la rete decisiva in Italia-Ungheria, i cronisti iniziarono a chiamare i gol negli ultimi minuti proprio ‘zona Cesarini’. Detto che resiste ancora oggi.

Altafini

Il primo, grande oriundo che ha saputo unire le generazioni. Non solo quelle che l’hanno visto giocare, ma anche chi l’ha poi amato da commentatore tecnico. Nato a Piracicaba nel ’38, Altafini nasce da due genitori italiani emigrati in Brasile. Dal Palmeiras al Milan, poi anni al Napoli e il ‘core ingrato’ con il passaggio alla Juventus. Quanti gol, per José. E quanti cuori rubati. In nazionale riuscì ad emergere un solo anno: sei presenze, 5 reti. Per tanti, un peccato.

Angelillo

Da Buenos Aires a Siena. Una lunga traversata per Angelillo, scomparso appena tre anni fa. Fu speciale per Inter, Roma e Milan. Fu speciale anche per la Nazionale: per quella argentina, per quella italiana. Con quest’ultima, la gioia di assaporare una grande storia, la delusione per la mancata convocazione per il Mondiale in Cile nel 1962.

Sivori

Il primo Pibe de oro. Il grande Zurdo, cioè il meraviglioso mancino. E Omar, detto pure El Cabezon, per tutti fu semplicemente Sivori. Il gran talento cresciuto al River Plate e parte fondamentale della storia della Juventus. 215 gettoni in bianconero, 135 reti. Poi tre anni al Napoli e soprattutto 9 presenze in Nazionale, con la quale fece 8 gol. Pure un Mondiale, quello del 1962 in Cile. Poco fortunato.

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Oriundi del passato recente

C’è chi ha vinto un Mondiale, chi ha sfiorato un Europeo. C’è chi vi ha giocato solo per una partita e chi invece ha ripudiato la maglia azzurra. Soprattutto, c’era il possibile centravanti della Nazionale. Che poi ha imbracciato una chitarra e perso il tocco…

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Camoranesi

Campione del Mondo. E una vita in Italia, pure se da argentino vero. Sì, perché Mauro Geman, figlio di Juan Carlos Camoranesi, aveva origini italiane da parte del bisnonno Luigi. Nato a Potenza nel lontano 1873 e morto a Villa Mitre, in Argentina. Una carriera spettacolare, quella del pronipote. Dal Verona alla Juve, poi l’azzurro vivissimo del Mondiale in Germania, nel 2006. Titolare in quella finale pazzesca.

Ledesma

Questioni di… passaporto! E di amore, perché Ledesma avrà certamente origini italiane, ma la nazionalità arriva dopo i tanti anni in cui milita nel nostro campionato. A 15 anni è un talento del Boca, nel 2001 Corvino lo convince a firmare per il Lecce, dove resta per 5 e incredibili stagioni. Poi nove anni alla Lazio, periodo nel quale raggiunge anche la Nazionale italiana: 17 novembre, contro la Romania, data e gara della sua unica esperienza in azzurro.

Osvaldo

Roma, Juve, Inter. Boca e Fiorentina. Quante ne ha girate, Daniel Osvaldo. Forza della natura e bravo, bravissimo tecnicamente. Avrebbe potuto, se solo avesse voluto, diventare il centravanti della Nazionale. E per un po’ lo è stato, grazie ai suoi avi originari di Filottrano, provincia anconetana. Prima l’Under 21 con Casiraghi, quindi la prima con Prandelli nel 2011. Quattro reti in quattordici gare.

Amauri

Centravanti che per alcuni momenti sembrava poter fare il definitivo salto di qualità. Amauri viene naturalizzato grazie alla moglie, anche lei brasiliana ma con origini italiane, arriva nel Bel Paese nel 2001 tesserato dal Parma. Qualche presenza nel Napoli e poi diventa uno dei primi stranieri della storia del Piacenza tutto italiano. Gira molta provincia prima di arrivare a Palermo dove con due stagioni scintillanti si guadagna l’occasione della vita alla Juve, non sfruttata completamente però. Proprio in questo periodo la Juve gli nega il nulla osta per rispondere ad una convocazione della Selecao e nella prima partita della gestione Prandelli gioca la sua unica gara in azzurro. Non proprio indimenticabile.

Vazquez

Belgrano-Palermo, un viaggio dell’anima per Franco Vazquez. Che nel 2015 cede alle lusinghe di Antonio Conte, giocando però solo in una gara amichevole con l’Inghilterra. Ciò non gli impedisce di ‘cambiare casacca’, anche perché nel frattempo Franco diventa un giocatore di primissimo ordine, e attira le attenzioni del selezionatore Scaloni. Vazquez accetta l’Albiceleste e dichiara: ‘Non mi sono mai sentito italiano’.

Thiago Motta

Fu un colpo di mercato pazzesco, quello di Thiago Motta. Riuscì a Prandelli, dopo averlo visto cambiare il centrocampo dell’Inter che aveva appena vinto tutto. E Thiago, con la cittadinanza italiana per discendenza (il padre aveva lontane origini italiane e la madre era nata proprio da cittadini italiani), nella sua seconda vita decise di rifiutare il ritorno nella nazionale brasiliana – dove pure era stato convocato per ben due volte – e di accettare la proposta dell’attuale allenatore della Fiorentina. Parteciperà a Euro2012, arrivando in finale.

Oriundi attuali

Certezze e promesse, poi un eterno incompiuto: Forestieri poteva rappresentare la grande ‘rivincita’ sull’Argentina.

Emerson

Ringrazia mamma – discendente di Alfonso Palmieri, originario di Rossano Calabro – per la grande opportunità di una maglia azzurra. Pure da titolare. Eppure, Emerson Palmieri, cresciuto al Santos e poi al Palermo, quindi alla Roma e oggi al Chelsea, aveva iniziato con le Under del Brasile, vincendo anche un Sub17 con i verdeoro. Nel marzo del 2017 ottiene il passaporto azzurro: svolge uno stage a Coverciano e si prende la Nazionale. È tra i nomi certi per il prossimo Europeo.

Eder

Samp e Inter, ma non solo. Negli ultimi quindici anni l’Italia si è preso cura di lui ed Eder ha ripagato in maniera meravigliosa. Come? Con un grande Europeo nel 2016, con l’Italia di Antonio Conte, tutta cuore e gambe, poca tecnica. Il tasso qualitativo era spesso tutto suo: in due anni, 26 presenze e 6 reti. Ha chiuso insieme a Ventura, nel peggiore biennio della Nazionale. Ah, il bisnonno paterno, Giovan Battista Righetto, era originario di Nove (Vicenza),

Jorginho

Una cittadinanza italiana per discendenza, la famiglia paterna era originaria – proprio come Eder – di Vicenza. Jorginho sceglie l’Italia già nell’Under 21, rispondendo alla chiamata di Davis Mangia. Nel 2016, viene convocato dal commissario tecnico Conte ed esordisce il 24 marzo a Parolo. Fece grande scalpore la sua estromissione dai convocati per Euro 2016. Dal 2017 in poi, titolare fisso. Prima di Ventura, poi di Roberto Mancini.

Forestieri

Altro giro, altro ‘Rosarino’. Doppio passaporto per discendenza e Fernando che sceglie la Nazionale italiana. Apriti cielo: in Argentina è scandalo, il ‘grande talento’ del calcio albiceleste che sceglie gli azzurri. Ma la carriera di Forestieri non andrà come previsto. Dopo il Boca, ecco il Genoa. Poi Siena, Vicenza, Udinese, Malaga, Empoli, Bari. Tre anni al Watford e poi cinque allo Sheffield. Quest’estate è tornato a Udine, a 30 anni magari pensa ancora all’azzurro. Sinora, ha assaggiato solo le Under.

Audero

Ecco, qui un futuro azzurro è tutto da immaginare. Sebbene Audero abbia avuto la stessa sfortuna della ‘generazione Buffon’: tanti ottimi portieri, un solo fuoriclasse. Che poi sarebbe Donnarumma. Nato da padre indonesiano e madre italiana: non ha, chiaramente, mai avuto dubbi.

Cristiano Corbo
Fan dei tiri a giro sul secondo palo. Prima del sinistro di Grosso, solo quello di Volpecina. Ostinatamente giornalista e giornalisticamente ostinato