maglia brasile verdeoro zico

È il 16 luglio del 1950 e un ragazzo sta tornando in fretta e furia a casa propria. Una qualche distrazione, o forse un’incombenza, l’ha tolto poche ore prima dall’evento più importante dell’anno – calcisticamente parlando, del secolo: la finale dei Mondiali tra Brasile e Uruguay.

Aldyr Garcia Schlee, questo il suo nome un po’ slavo, un po’ spagnolo e un po’ tedesco, accende la radio beccando la frequenza con un’immediatezza tale da costringerlo a riconsiderare la legge di Murphy. La frequenza è leggermente disturbata, ma Aldyr non ha dubbi – non vuole averne: l’Uruguay è campione del mondo, ha appena battuto il grande Brasile per 2-1, in quella che passerà alla storia come il Maracanazo.

All’epoca, il nostro eroe ha appena 16 anni. Risiede a Pelotas, nel sud del Paese, al confine con l’Uruguay, di cui è originario, innamorato e affine, nonostante la sua nazionalità sia brasiliana al 100%.

La sua gioia, dopo aver sentito quei confusi e concitati secondi di radio, non è esprimibile a parole. La nazionale per cui tifa, benché non la sua, ha vinto il Mondiale – di nuovo.

Pur raggiungendo a malapena il milione di abitanti, l’Uruguay è una terra che col pallone ha un legame viscerale. Lo stesso dicasi di Schlee, che è un abile disegnatore, un discreto lettore e un promettente narratore. Di queste tre qualità, rispetto alla storia che vi stiamo raccontando, saranno le prime due a fare la differenza qualche anno dopo.

Cambiare pelle per dimenticare

È il 1953 e, Schlee ha 19 anni e vive ancora al confine con l’Uruguay. I suoi studi procedono senza troppe interruzioni, ma le sue passioni sono di là da esplodere.

La scrittura lo affascina ma il disegno lo culla. Legge sempre un giornale, il Correo de Manha – giornale d’opposizione di Rio de Janeiro. Una mattina, assaporando della carne e bevendo del caffè, si accorge di un annuncio tanto curioso quanto liberatorio: il quotidiano aveva infatti ottenuto dalla federazione calcistica brasiliana la possibilità di indire un concorso di idee per cambiare la divisa del Brasile.

I brasiliani, infatti, non avevano ancora mai vinto il mondiale, pur essendo considerati da tutti i più forti interpreti del football britannico. Qualche superstizioso, ma anche qualche esteta, aveva fatto presente come la divisa ufficiale indossata dalla nazionale – con camiseta bianca e pantaloncini blu – non rappresentasse la bandiera brasiliana.

Peggio ancora, le tinte dell’allora divisa del Brasile vengono accusate non solo di non sollecitare sufficiente patriottismo, ma addirittura di indurre un “vuoto psicologico e morale” tra i giocatori.

Per la ricerca della maglia (meglio, della divisa) perfetta, vengono mobilitati disegnatori, stilisti, artisti, semplici appassionati. Un solo vincolo deve essere assolutamente rispettato: l’utilizzo dei colori della bandiera, quindi sì il bianco e il blu, ma anche il verde e il giallo.

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Nel giro di pochissimo, giungono alla redazione 202 bozzetti, e sul finire del 1953 viene scelto il vincitore: si chiama Aldyr Garcia Schlee, è brasiliano ma tifa Uruguay (ovviamente al giornale questo non lo sanno), e ha appena disegnato per il Brasile la celebre maglia verdeoro, quella con la quale – tanto per intenderci – il Brasile vincerà qualsiasi cosa.

La maglia più iconica

Oltre a svariate Copa America – cosa che a dire il vero era già accaduta sotto le effigi della maglia bianca e blu – anche e soprattutto cinque mondiali – che ne faranno, e ne fanno ancora oggi, la squadra di calcio più forte al mondo.

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Il motto “Ordem e Progresso” (Ordine e Progresso), che taglia il cielo stellato dell’attuale bandiera brasiliana, viene così – certo, casualmente: ma il destino accetta la casualità? – a tradursi in realtà nella nuova divisa della Seleçao brasiliana.

Ordine, perché la maglia è bilanciata e ordinata, rispettando i colori della bandiera. Ma anche progresso, perché se oggi nominiamo la nazionale brasiliana, non possiamo che pensare alla maglia verdeoro, che in origine nemmeno era lontanamente stata pensata.

L’idea di Schlee, che è poi diventato – oltre che un uomo simbolo del calcio mondiale – uno dei giornalisti più amati di tutto il Sudamerica, abilissimo narratore e fine osservatore del calcio, piace dunque alla federazione, che la adotta con il chiaro obiettivo di dare un segnale forte tanto alla gente quanto ai calciatori e all’allenatore.

Dopo un lungo intermezzo con un’inedita casacca azzurra, allora, la Seleçao debutta con la nuova livrea il 28 febbraio 1954 a Santiago del Cile, nella prima gara del mini-girone eliminatorio per i Mondiali svizzeri.

Ma i tifosi brasiliani la vedranno solo alla terza uscita, il 14 marzo 1954 a Rio, nella partita di ritorno coi cileni, che blinderà la qualificazione. La maglia viene soprannominata invictas camisas, come a voler sottolineare – se ce ne fosse ancora bisogno – tutta l’urgenza di un riscatto dopo quella finale così traumatica.

È con questa veste che il Brasile sfaterà il tabù nel 1958, nonostante – ironia della sorte – Pelé e compagni giocheranno la finale contro la Svezia con la divisa blu, quella di riserva.

Quanto Uruguay nella maglia del Brasile

Schlee verrà premiato con una somma di denaro e uno stage al giornale promotore del concorso. Eccolo, l’incredibile inizio di una carriera brillante che solo un uomo complesso, dotato di innumerevoli facce e riflessi come un prisma poteva sostenere.

Ha vinto parecchi premi, è un ascoltato opinion maker, ma la sua fama in Brasile rimane legata soprattutto alla creatura battezzata con uno schizzo a matita nel 1953, diventata nel frattempo la maglia da calcio più amata e venduta nel mondo: un’icona del nostro tempo.

Nella sua opera principale sono racchiuse tutte le mille contraddizioni che solo due cose divisive per antonomasia come calcio e politica possono contenere.

Aldyr, con un nome di battesimo così brasiliano da sembrare un raffinato centromediano dell’epoca pionieristica del pallone, è l’uomo la cui mano ha vergato il simbolo intero di un popolo, tra i più fieri e numerosi del Sud America.

Eppure nelle vene di Aldyr di Brasile ne scorre davvero poco, essendo nato come dicevamo al confine con l’Uruguay, e sentendosi molto più vicino al modo di pensare e di vivere della piccola e operosa “Svizzera del Sud America” piuttosto che all’appariscente esuberanza tutta brasiliana.

E tutta la storia dell’iconica maglia verdeoro ruota curiosamente attorno proprio a Brasile e Uruguay.

Se ne sente la necessità dopo un Brasile-Uruguay, il più famoso di tutti i tempi.

Viene scelto il bozzetto di un uruguagio nell’anima, anche se atto di nascita e il passaporto dicono Brasile.

E lo stesso Aldyr Schlee, dopo aver portato comunque fiero il proprio lavoro in giro per i campi di tutto il mondo decide di lasciare questo mondo la notte del 15 Novembre 2018, una settimana prima di compiere 84 anni.

E ovviamente lo fa nella notte che precede un Brasile-Uruguay, molto meno importante di quello che lo fece esultare quasi di nascosto 68 anni prima, ma che rimane la giusta chiusura di una storia dal sapore uruguagio, ma a forti tinte verdeoro.

Gianluca Palamidessi
Crede solo a ciò che è impossibile (Tertulliano). Appassionato di Football e Filosofia, cerca il passaggio filtrante per trovarle nella profondità. Se si parla di sapienza, sa riderci su. Se si parla di pallone, lo scherzo finisce subito.