torneo di capodanno 1981 ascoli adelio moro

Era un’Italia giovane, bella, che si metteva alle spalle anni di terrore e di preoccupazioni.

Era un’Italia che pensava e agiva, che costruiva e manteneva. Era un’Italia di promesse, non solo politiche, a un passo dalla realizzazione.

Tutto era possibile, e il calcio era uno dei mille motori che spingeva una Nazione intera nella direzione giusta. Quella dei sentimenti, quando ancora sapevano essere puri.

Capita così che i più sudamericani tra gli italiani, e cioè gli uruguaiani di Montevideo, vennero fuori con un’idea particolare: nel 1980, la federcalcio locale aveva organizzato un torneo celebrativo del cinquantesimo anniversario della vittoria del campionato mondiale del 1930, a cui furono invitate le Federazioni almeno una volta campioni del Mondo.

Dunque, Germania Ovest e Brasile, l’Argentina campione in carica e naturalmente l’Italia. Ecco: avrebbe dovuto partecipare pure l’Inghilterra, ma per questioni politiche declinò l’invito, lasciando spazio alla storia dei Paesi Bassi.

Il format del torneo di Capodanno

L’Italia accettò l’invito, probabilmente ragionando solo in superficie sulle conseguenze che avrebbe avuto sul campionato. La Serie A, infatti, rischiava uno stop di 3 settimane, tra il dicembre del 1980 e il gennaio del 1981.

Poteva permetterselo? Neanche per sogno. Proprio allora, gli italiani stavano riacquistando lentamente fiducia nel sistema calcio: il totonero aveva provocato uno scossone quasi letale, e da lì al Mondiale in Spagna c’era ancora parecchio da fare, tanto da mettere in gioco. C’era tanto in gioco anche nel campionato: il destino volle che quella stagione sia stata una delle più esaltanti dell’intero campionato. L’Inter, campione in carica, combatte con la solita Juve; poi c’è la Fiorentina, che tiene d’occhio anche la Roma. Anzi: la Roma è nei pensieri di tutti, dal momento in cui i giallorossi sono primi al giro di boa.

Le festività concedevano due settimane di stop agli atleti, tranne ai nazionali che avrebbero dovuto partecipare al Mundialito. Ma alla Lega Calcio non poteva andare bene, non con questi ascolti, con tutto quest’interesse, con il pallone tornato a rotolare nella direzione giusta.

Dunque, ecco l’idea: il Torneo di Capodanno. I sedici club di A sarebbero stati divisi in 4 gironi da 4. Le vincenti di ogni raggruppamento sarebbero andate direttamente in semifinale. Per alimentare curiosità e mito, venne inoltre data la possibilità a ogni società di ingaggiare temporaneamente un secondo straniero.

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Lo farà l’Inter, prendendo il bosniaco Kovacevic; l’Udinese andrà su Mirnegg, austriaco; la Fiorentina acquisterà Roennberg.

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È un torneo strano, in tanti faticano a capirlo. La prima particolarità: le giornate della fase a gironi sono 2 e non 3: ogni squadra avrebbe affrontato solo 2 delle 3 avversarie all’interno dello stesso gruppo. Con una vittoria con più di un gol di scarto, il team vincente avrebbe ottenuto 1 punto bonus: da qui nacque anche l’idea di assegnare 3 punti a vittoria.

Tutto si disputò dal 4 all’8 gennaio, semifinali il giorno 11 e la finale il 14. Ecco, 14 giugno. Che altrimenti non c’era tempo di tornare al campionato.

Il flop

Oh, di curiosità ce n’era. Ma di affluenza neanche l’ombra. Appena 4.000 persone a partita, la Juve e il Torino chiedono di giocare sempre in trasferta così da non aprire il Comunale senza una valida ragione.

Nel gruppo A, l’Ascoli supera Catanzaro, Avellino e Napoli. In quello B, Roma e Fiorentina si giocano il primo posto: vincono i viola, fondamentale il trionfo a Perugia.

Nel girone C, la Juve non sbaglia, sfruttando il punto bonus con il 3-1 sul Como. Nel gruppo D, tre squadre a pari punti: il Torino con una vittoria e un pari, il Bologna che ha perso di misura col Toro salvo poi battere l’Inter per 3-1, quindi i nerazzurri che vincono 2-0 con il Brescia e totalizzano 3 punti. Chi la spunta? Il club emiliano. Tutto per differenza reti.

Le semifinali, almeno, non hanno controversie burocratiche: è dentro o fuori, ed è pure molto bello.

L’Ascoli domina la Fiorentina e vince per 2-1; dall’altra parte, la Juve va ai calci di rigore con il Bologna e vince: è 4-3, con l’errore di Paris e il gol vittoria di Bettega.

La finalissima è tutta bianconera: da una parte i marchigiani, dall’altra i piemontesi. Con Trapattoni che a giugno inoltrato non ha intenzione di perdere, come da dna.

E allora, formazione di tutto rispetto: Dino Zoff, Claudio Gentile, Antonio Cabrini, Beppe Furino, Sergio Brio, Gaetano Scirea, Domenico Marocchino, Marco Tardelli, Roberto Bettega, Liam Brady, Pietro Fanna. Dall’altra parte, Mazzone risponde con il grande ex Pietro Anastasi in attacco e l’eroe Carlo Trevisanello.

Perché ‘eroe’? Perché la sblocca lui. Proprio come nella semifinale contro la Fiorentina. Diagonale dal limite e Zoff che s’arrende. Che poi chiama i compagni alla rivalsa: Causio per Marocchino dà una chiara scossa alla partita, ma è Tardelli a trovare il gol del pari anticipando il portiere avversario.

A dieci minuti dal termine, Causio stende Perico e Tonolini concede il calcio di rigore. È generoso, ma alle favole si perdonerà tutto. Moro dal dischetto: 2-1. E sarà proprio Moro ad alzare il trofeo, al fianco del presidente Rozzi. Era tutto del gran capitano, e la sua è stata la firma più bella.

Cristiano Corbo
Fan dei tiri a giro sul secondo palo. Prima del sinistro di Grosso, solo quello di Volpecina. Ostinatamente giornalista e giornalisticamente ostinato